Idee fresche. Idee nuove.

Idee fresche. Idee nuove.
Ciao a tutti siamo Davide Bernardi & Nicolò Smerilli, due studenti della Università Cattolica di Milano. Abbiamo deciso di creare questo blog perchè il nostro sogno è quello di diventare giornalisti professionisti e quindi vorremmo farvi sentire le nostre idee. In questo "portale" noi non ci proponiamo di offrirvi novità o notizie che altri non hanno, ma come già detto, darvi la nostra opinione riguardo i maggiori eventi calcistici. Il titolo "DiscoveryFootball" nasce dall'idea di analizzare, proprio come fa il più famoso Discovery Channel, il mondo del pallone. Quindi se vi va di sentire delle voci "nuove" e "fresche", seguiteci! D.B & N.S

venerdì 8 marzo 2013

IN THE BOX: MOUSSA DEMBÉLÉ, IL TUTTOFARE DEL CENTROCAMPO TARGATO SPURS

CHIUSURA, CORSA, PRECISIONE: NEL MATCH DI EUROPA LEAGUE CONTRO L’INTER HA SEMPLICEMENTE IMPRESSIONATO. CONOSCIAMOLO MEGLIO…

Giovedì 7 marzo 2013. Tottenham-Inter, andata degli ottavi di finale di Europa League. Minuto numero 64: a White Hart Lane, i tifosi degli Spurs sono tutti in piedi per regalare una standing ovation. La logica porterebbe a pensare che il destinatario di questa valanga di applausi sia il solito Gareth Bale. Oops: better luck next time. Non stiamo parlando né del gallese, né di Lennon e neppure di Defoe: il protagonista di giornata si chiama Moussa Dembélé.

Dembélé, nato 25 anni fa ad Antwerpen in Belgio, inizia a muovere i primi passi a livello professionistico nel Germinal Beerschot, piccolo club della divisione superiore della Belgacom League: il ruolo è quello di trequartista. Veste la maglia viola per due stagioni, segnando una sola rete: nonostante ciò, il Willem II nota il suo talento e lo strappa agli orsi polari per 300 mila euro.

In Eredivisie, Moussa comincia a far alzare l’asticella del suo rendimento: gioca con costanza e inizia a segnare con più continuità. Le sue 9 reti stagionali convincono l’AZ Alkmaar a sborsare poco meno di 2 milioni di euro per portarlo a vestire biancorosso: si rivelerà il più classico dei colpacci. In 5 stagioni, sotto la guida iniziale di Louis Van Gaal (poi passato al Bayern Monaco), l’allora 18enne belga incanta e diventa in breve tempo titolare fisso, vincendo un campionato e una supercoppa d’Olanda nel 2009 ed entrando stabilmente nel giro della nazionale dei diavoli rossi.

L’Europa inizia a puntare i riflettori su di lui. Genoa, Bayern, Siviglia e Chelsea sono sulle sue tracce, ma il più rapido a strappare Dembélé alla concorrenza è Mark Hughes: nel 2010, il manager del Fulham lo porta a Craven Cottage. 

Nel biennio bianconero, nel quale fu gestito anche da Martin Jol, Moussa viene spesso arretrato a centrocampo: il fisico imponente (185 cm per 82kg) e la buona corsa gli consentono di poter fungere anche da elastico tra trequarti e mediana, effettuando un utile lavoro di contenimento. Il belga dimostra di adattarsi con grande capacità anche ad un campionato più impegnativo e competitivo come la Premier, alternandosi tra rifinitura offensiva e copertura a centrocampo. Qualità che non passa inosservata dalle parti di White Hart Lane, a qualche km proprio da Craven Cottage: impossibile, per il Fulham, rifiutare i 15mln di £ offerti dal Tottenham. Deal done.

Gli Spurs: club nel quale Dembélé, ora , fa la differenza, giustificando al meglio i tanti soldi investiti su di lui. Corsa, tenacia, esplosività e piedi buoni: il ragazzo, ieri sera, ha semplicemente deMbellato il centrocampo dell’Inter. La sua prestazione è stata a dir poco impressionante: pochi spazi concessi, recuperi rapidi e mai un pallone buttato al vento: il tutto dopo essere stato acciaccato e in dubbio fino all’ultimo.

Chapeau, Moussa, chapeau. E non dimenticatevi di lui: come un abito non fa il monaco, una standing ovation a White Hart Lane non fa (sempre) Gareth Bale. Citofonare Dembélé.

Simone Nobilini
@SimoNobilini on Twitter



giovedì 7 marzo 2013

EDITORIALE INTER: TOTTENHAM 3 - 0 CASACCHINE ROSSE! COME UN ALLENAMENTO..

STRAPOTERE FISICO E TECNICO DEGLI SPURS. COME PRIMA SQUADRA CONTRO ALLIEVI

E' sembrata una partitella di fine allenamento. La classica partita del giovedì tra Prima squadra e allievi. Mancavano solo i cinesini.

Come se poi lo strapotere fisico degli inglesi non fosse stato abbastanza palese, va aggiunto che ancora una volta Stramaccioni ha regalato il primo tempo.
Inizia misteriosamente con Palacio in panchina 45 minuti, tenuto a riposo un tempo a Catania proprio in vista della partita con gli Spurs e gli preferisce invece "l'amico di botte" Cassano. E fosse finita qui, ma magari! L'allenatore nerazzurro schiera Juan Jesus terzino sinitro su Lennon (la differenza di rapidità e velocità è addirittura imbarazzante) e invece Chivu centrale.

Ma ancora più grave è la ripetizione dello stesso errore commesso nel derby: 4-2-3-1, centrocampo a due quindi, con sulle fasce Alvarez e Pereira che in teoria, avrebbero il compito (ingrato) di "andare e tornare, andare e tornare". Ripetiamo per chi non avesse capito bene: Alvarez e Pereira "tornanti".
Un po' per limiti tecnici, un po' per limiti fisici, i due vengono schiacciati dagli esterni degli Spurs, che al contrario vanno e vengono come nemmeno il migliore delle FrecceBianche. I due con le pettorine rosse rimangono invece a metà senza fare in concreto nessuna delle due fasi, con Cambiasso e Gargano portati al guinzaglio dagli uomini di Villas Boas.
Il paradosso è che anche l'allenatore portoghese ha schierato i suoi secondo un 4-2-3-1, solo che a differenza degli Strama's Boys, quelli col completo bianco, ad esclusione di Defoe, hanno fatto i tuttocampisti.

L'Inter di questa sera è apparsa sfilacciata e disunita in fase divensiva, i singoli uomini sono sempre rimasti soli uno contro uno con giocatori che fanno del dribbling e della velocità le loro qualità maggiori. Invece di formare un blocco compatto, in stile Milan-Barcellona, in alcune occasioni la distanza tra difesa e centrocampo ha raggiunto i 20 m e, cosa ancor più grave, con tutta la mediana oltre la linea del pallone.
Anche in fase propositiva i nerazzurri sono rimasti immobili tutta la partita, mai un movimento senza palla; l'unico, quello di Ricky Alvarez, ha portato l'argentino davanti alla porta.
Lo schema, per i primi 45 minuti  è stato palla alla prima punta Cassano e vedere quanto è bravo l'ex barese con la palla tra i piedi. Nel secondo, l'inserimento di Palacio ha aggiunto solo un palla lunga a far pedalare "El Trenza" e niente più. 

Altro dato preoccupante sono poi stati i due gol subiti di testa. Su praticamente ogni cross, i giocatori di Villas Boas potevano saltare in tutta tranquillità. Che poi quelli entrati siano stati solo quello di Bale e quello di Vertonghen, il merito è di Handanovic e del caso.
Alla fine i tre gol incassati dall'Inter sono bottino anche troppo magro, rispetto alle occasioni avute dagli Spurs. Handanovic ha parato tutto il parabile, dimostrandosi al momento forse il portiere più in forma d'Europa. Sui gol poteva farci proprio poco.

Per quanto riguarda il Tottenham invece, gli Spurs hanno davvero impressionato per la condizione. Lo strapotere fisico nei confronti degli uomini di Stramaccioni è stato purtroppo imbarazzante. Gli inglesi hanno corso per 92 minuti ininterrottamente.
Quando poi alla corsa si aggiunge la tecnica di  giocatori come Bale, Lennon, Defoe e Dembelè, il mix di qualità e quantità che si ottiene è impressionante.
E pensare che Bale, ammonito dopo pochi minuti, salterà il ritorno. Con questo risultato Villas Boas avrebbe porbabilmente anche potuto non convocarlo.

Con l'allenamento..pardòn, con la vittoria di questa sera, gli uomini in bianco da White Heart Lane raggiungono il decimo risultato utile consecutivo in Europa, dove non perdono da Novembre 2011, 2-1 casalingo col Paok.

Pii..Pii..dai ragazzi, mettete a posto casacche e cinesini e poi tutti sotto la doccia! Ah no! Era Europa League?! Scusatemi..

Davide Bernardi
@DavideBernardi6 on Twitter

(VIDEO) STANKOVIC : Il DRAGONE E' TORNATO A SPUTARE FUOCO!

NELLA FASE PIU' DELICATA DELLA STAGIONE INTERISTA, STRAMACCIONI POTRA' CONTARE SUL SERBO, PUNTO CARDINE DELL'INTER DEL TRIPLETE E CALAMITA PER I RECORD, AL RIENTRO DOPO UN GRAVE INFORTUNIO

L'Inter non è sicuramente nel periodo migliore della sua stagione, complici gli infortuni e scelte di mercato azzardate i nerazzurri non riescono a cambiare marcia e ad infilare una striscia di vittorie convincenti. Da circa un mese e mezzo però può contare sul rientro di un giocatore fondamentale per le sue capacità tecniche e soprattutto caratteriali, infatti Stankovic è uno dei punti di riferimento di questa giovane squadra.
A maggio 2012 l'ex capitano della nazionale serba ha subito un infortunio al tendine d'Achille che lo ha tenuto lontano dai campi da gioco fino allo scorso febbraio, e lo ha costretto ad operarsi per ben due volte. Ora però il dragone è tornato.

Non si può certo sottovalutare la carta d'identità, a settembre saranno 35 anni, ma sicuramente chi ha coniato la definizione “professionista serio” pensava al centrocampista nerazzurro; difatti da quando ha subito l'infortunio non ha mai saltato un giorno di allenamento restando sempre vicino alla squadra e aiutando nell'ambientamento i giovani talenti arrivati alla Pinettina.
Da qui alla fine dell'anno non farà tutte le partite, probabilmente giocherà di rado titolare ma quando sarà chiamato in causa darà il 110% per aiutare i suoi compagni a raggiungere l'obiettivo, come ha sempre fatto nella sua carriera.
Una testimonianza di questo è stata data domenica scorsa a Catania quando a fine primo tempo è entrato in campo insieme al sempre più determinate Rodrigo Palacio. Quest'ultimo ha cambiato la partita realizzando due reti e fornendo l'assist per il momentaneo 2-1 a Ricky Alvarez, ma il problema riscontrato nel primo tempo dalla squadra meneghina è stata l'assenza totale del centrocampo, passivo nel proporre gioco e abulico nel pressing. Con l'ingresso di un uomo d'esperienza in un reparto delicato e fondamentale, la partita è cambiata radicalmente; la personalità e la grinta di un leader carismatico come Stankovic non hanno fatto altro che muovere l'orgoglio di calciatori che si erano dimenticati del loro talento fino a quel momento.

Il guerriero serbo è sempre riuscito a ritagliarsi un ruolo di primo piano in qualsiasi squadra in cui ha giocato, ma soprattutto nell'Inter. Approda sotto la Madonnina nel gennaio del 2004, rifiutando un'offerta economica superiore propostagli dalla Juventus; qualche anno dopo svelò che fu proprio il suo allenatore alla Lazio dell'epoca Roberto Mancini a convincerlo a scegliere i colori nerazzurri perché vincere con una squadra che non trionfa da molto tempo è una cosa unica. L'anno successivo ritrovò proprio il suo grande amico come allenatore all'Inter, che gli diede in mano le chiavi del centrocampo. 
Nell'anno dell'ultimo scudetto vinto da Mancini invece le sue prestazioni non furono certamente esaltanti, tanto che qualche giornalista ipotizzò che il suo impiego derivasse solo dal suo essere “amico del mister”. 
La verità sulle sue condizioni si seppero solo a campionato finito, quando si operò e rientrò a tempi di record per convincere Mourinho a trattenerlo in nerazzurro. Il dragone giocò più di sei mesi con una frattura al piede, ma piuttosto di perdere l'occasione di vincere l'ennesimo campionato da protagonista, decise di non operarsi e di giocare con dolori lancinanti. 
Lo Special One rimase affascinato dalle qualità tecnico-tattiche di uno dei centrocampisti più completi del mondo: forza, grinta, buona tecnica e gran tiro dalla distanza gli fecero giocare quasi tutte le partite nonostante la grande concorrenza. I tifosi non dimenticano il fatto che Stankovic, ancora vicino alla Juventus, in quell'estate fece di tutto per arrivare già in forma nel ritiro, in modo da riconquistare la fisucia dei tifosi nerazzurri.

Proprio gli stessi tifosi che il 10 febbraio 2013 hanno potuto ammirare il rientro in campo di un giocatore commosso per l'ovazione nei suoi confronti e per aver vinto l'ennesima battaglia.
D'altronde Dejan è un uomo passionale: molti grandi campioni possono risultare talvolta indifferenti, ma non è il suo caso, i suoi occhi sono in grado di trasparire la tristezza di una sconfitta con la conseguente voglia di rivalsa e la gioia per la vittoria. Per questo probabilmente quella sera non fu l'unico a commuoversi...

Stankovic è una calamita per i record, oltre ad aver abbattuto qualsiasi record in patria, dal giocatore più giovane a esordire nella nazionale Jugoslava ad essere il capitano più giovane della Stella Rossa ad essere il serbo con più presenza in un mondiale. Già, perché "Deky" è l'unico giocatore ad aver giocato con le maglie di tre nazionali diverse (Jugoslavia, Serbia e Montenegro, Serbia). Anche in Italia detiene un record difficilmente battibile: vincere per sei volte la Supercoppa italiana.
Stankovic è tornato, anzi non è mai andato via..

Giammarco Bellotti
@Giambellotti on Twitter  

CHAPEAU - SEBASTIEN CORCHIA: 'LE GARÇON ITALIEN' CHE PIACE ALLA JUVE!

DI MADRE ITALIANA, POSSIEDE IL DOPPIO PASSAPORTO. IL TERZINO DEL SOCHAUX PENSA ALLA JUVE  E I BIANCONERI PENSANO A LUI

Affidabilità, rigogliosità e prosperità. Tre concetti per descrivere la particolarità di un vivaio che, negli ultimi anni, ha ricominciato a palesarsi agli occhi dei più appassionati come florido e sempre più apprezzabile. Dopo tante critiche e ben poca attrazione nei confronti della massima serie francese, infatti, sembra giunto anche per la Ligue1 il momento della rivalsa, grazie soprattutto ad un’evidente crescita di interesse e trasporto verso tutto ciò che riguarda il calcio d’oltralpe (con grande merito, ahimè, degli sceicchi ‘parigini’).

Abbiamo trattato ultimamente le vicende di alcuni giovani talenti transalpini, nella nostra rubrica settimanale “Chapeau”, (ricordiamo, tra gli altri Neul Maupay, Clement Grenier, Pierre Aubameyang e Yassine Benzia, ndr). Per questo riteniamo che ‘le football’ riservi, in questo senso, alcune gradevoli e suggestive sorprese. Altro che campionato povero, qui il talento c’è per davvero. Basti pensare ai vari Lacazette, Gonalons e Matuidi, ai meno conosciuti Mangala (difensore centrale, Porto, 1991) e Griezmann (esterno di fascia, Real Sociedad, 1991), fino ad arrivare a due esempi forse fin troppo banali come Paul Pogba (classe ’93) e M’Baye Niang (dicembre ’94), talenti nati e cresciuti con la Marsigliese nel cuore.
Sono solo alcuni esempi questi, di ragazzi destinati ad un fiorente futuro con la casacca ‘bleu’: una sorte, che accompagnerà, con molta probabilità, anche l’avvenire di Sebastien Corchia.

Eccolo il nostro uomo di oggi, Sebastien Corchia: terzino destro 22enne del Sochaux, cresciuto anch’esso nelle trafile delle nazionali minori e proveniente, per la precisione, dall’Under 21 di Erick Mombaerts (ora attuale tecnico del Le Havre). Corchia rappresenta ad oggi, nel suo ruolo, uno degli interpreti più moderni, grazie soprattutto ad una buona abilità in fase difensiva e a grande esplosività quando occorre ripartire.

Nato nel giorno di ‘ognissanti’ (il 1° novembre 1990, a Noisy le Sec), Sebastien muove i primi passi  tra le file del Paris Saint German, per poi decidere di lasciare i baby del club parigino nel 2006, quando il Le Mans si offre di tesserarlo ufficialmente.
Ed ecco la svolta: trasferitosi nella città nota in tutto al mondo come tempio dell’automobilismo internazionale, Corchia riesce finalmente ad ingranare la marcia, approdando in prima squadra e realizzando quel sogno chiamato Ligue1 (l’esordio, subito da titolare, è datato febbraio 2009).
Per queste ragioni il giovane calciatore rimarrà sempre molto legato sia alla società giallorossa, tanto da decidere di seguirla anche in seconda divisione (2010) che a Daniel Jeandupeux, l’allenatore che più di tutti ha influenzato la (seppur breve) carriera di Sebastièn. E’ lui l’uomo che gli permise di debuttare in Ligue1, ed è sempre lui l’uomo che - passaggio cruciale - cominciò a schierarlo nel ruolo di terzino! Corchia infatti, in precedenza, aveva quasi sempre giocato in una zona un po’ più avanzata del campo, in sostanza da centrocampista esterno.
Malgrado ciò, tutte le favole, anche le più belle, in qualche modo devono finire. Nel 2011, diventa ufficiale il suo trasferimento al Sochaux, nella regione della Franca Contea. Corchia firmerà subito un contratto (valido ancora oggi) con scadenza giugno 2015 e, in poco tempo, convincerà l’allenatore bosniaco Mehmed Bazdarevic a consegnargli, chiavi in mano, le redini della fascia destra gialloblu.

Ma quali sono le principali caratteristiche che rendono speciale questo giovanotto con il numero 2 sulle spalle? Innanzitutto, da vero terzino di ruolo, Corchia si esprime al meglio in una difesa a 4.
E’ un terzino che partecipa all’azione, si offre spesso e volentieri in appoggio ai centrocampisti, senza poi però trascurare i compiti difensivi. Sempre attento ed efficace in marcatura, punta molto su anticipo e agilità nel rubare il tempo agli avversari. Le qualità tecniche inoltre risultano davvero importanti, tanto che nella sua squadra batte rigori e punizioni.
Alto un 1,75m, pesa 70 chili: un po’ fragile, ma riesce a compensare con quelle che potremmo facilmente individuare come le sue doti fisiche principali: agilità, accelerazione e resistenza. .

Mezza Europa ha messo gli occhi su di lui. Lo voleva l’Udinese in tempi non sospetti, quando ancora in pochi lo conoscevano (anche se, in realtà, il fatto che proprio i friulani lo stessero inseguendo rappresenta già di per sé, una prova delle potenzialità del giocatore). Un’altra pretendente sembra essere il Bayern Monaco di Pep Guardiola (notizia riportata direttamente da L'Equipe) che pensa a lui per sostituire il deludente Rafinha.
Infine è ormai noto l’interesse della Juventus per il giocatore (sin dai tempi di Del Neri allenatore), tanto che lo stesso Corchia ha già risposto, in perfetto italiano, ad alcune domande propostegli dai cronisti sulla società torinese: "La Juventus è una grande squadra, da piccolo tifavo per i bianconeri. Perché parlo bene l'italiano?  Mia madre è italiana, è nata a Milano. E quando posso vengo in Italia, un posto che mi piace molto". Grazie alla madre dunque, possiede la doppia nazionalità e il doppio passaporto. Un talento non del tutto francese perciò il suo, ma in parte nostrano.
Significa che, in attesa di conoscere il futuro del ragazzo, se sarà all’estero o nella nostra Serie A, qualche merito possiamo prendercelo anche noi, sperando che un giorno possa realmente raggiungerci nel Bel Paese. Suonerebbe anche bene: “Sebastien, le garcon italien!”. Più azzeccato di così…

Dario di Noi
@DarDinoRio on Twitter                      Questo un assaggino del suo talento:
 

SHINE BRIGHT LIKE… DIAMANTI: DOPO DI VAIO, IL BOLOGNA HA IL SUO NUOVO CAPITANO LEADER

MANCINO FATATO, GRINTA DA VENDERE: DOPO UNA CARRIERA SULL'OTTOVOLANTE, ALINO HA TROVATO CASA E CONQUISTATO TUTTI. BIG COMPRESE…

Shine bright like a diamond. Trovereste un pezzo migliore per descrivere la carriera di Alessandro Diamanti? Non credo: l’analogia tra il cognome del giocatore e il titolo della celebre canzone di Rihanna, oltretutto, la rende ancor più perfetta.

La storia travagliata di Alino, in effetti, ricorda un po’ quella di un diamante grezzo: al principio, apparentemente, un ciottolo qualsiasi, che nessuno degnerebbe di uno sguardo. E che per svelare tutto il suo valore, necessita dell’abilità di un tagliatore capace di renderlo perfetto.

Il ciottolo Diamanti viene raccolto 14 anni fa a Prato, sua città natale, nella quale comincia a muovere i primi passi a livello professionistico. L’opera di lavorazione inizia con le stagioni spese in prestito tra Florentia Viola e Fucecchio per poi continuare con il ritorno a casa, dove Alessandro inizia a giocare con più continuità. Nel 2004 Diamanti passa, in comproprietà per due stagioni, nelle mani dell’Albinoleffe, senza lasciare segni tangibili del suo valore: torna nuovamente a Prato, città che finirà per essere il suo trampolino di lancio addirittura verso la serie A. In una stagione da 36 presenze e 14 reti viene notato da Fabio Galante e suggerito, proprio dal difensore ex Inter, al Livorno.

La Toscana, terra d’origine per quanto concerne la lavorazione dei diamanti, non può che essere il luogo adatto per cominciare definitivamente a splendere: dopo Prato, Alino ha un’occasione ancor più ghiotta da non perdere e, nonostante la retrocessione in B, diventa il leader dei labronici, riportando Tavano e compagni in A la stagione successiva.

Qualcuno però, da Londra, se ne innamora: Gianfranco Zola. Impossibile rifiutare. L’allora allenatore del West Ham riesce a strappare Diamanti al Livorno: 7 gol in Premier in una stagione, ma la nostalgia dell’Italia è troppa. L’estate successiva viene riportato in Serie A dal Brescia neopromosso: con le rondinelle incanta, guadagna la prima convocazione in nazionale e segna gol stupendi, come l’esterno sinistro vincente nell’1-1 casalingo contro la Juve. Come già accaduto nella prima stagione a Livorno, tuttavia, un Diamanti non è sufficiente per far splendere un’intera squadra: il club del presidente Corioni retrocede e a fine stagione il numero 23 viene acquistato in comproprietà dal Bologna.

Sotto le due Torri, Diamanti trova la sua consacrazione e il suo splendore definitivo: con Ramírez e Di Vaio forma un tridente devastante, conducendo i felsinei ad una salvezza senza affanni a quota 51 punti e rientrando stabilmente nel giro della nazionale italiana, prendendo parte alla spedizione azzurra di Euro 2012. A fine stagione, tuttavia, il magico trio si scompone: Di Vaio tenta l’avventura in Canada, mentre Ramírez viene ceduto al Southampton. Diamanti, invece, riscattato a titolo definitivo e affiancato a Gilardino. Grazie alla cessione di Portanova, diventa capitano del Bologna: la fascia, tuttavia, non sembra pesargli affatto. 

Perché Alino è fatto così. Leader nato, genio (soprattutto) e sregolatezza: diamante ormai sgrezzato grazie alla bella intuizione di Galante e all’ottimo lavoro di Pioli, ma soprattutto liberatosi autonomamente di quella materia superflua che nascondeva un talento (o diamante, se preferite) cristallino. Mancino magico (probabilmente il migliore in Italia) e tecnica invidiabile condita da una voglia di lottare e svariare per il campo che non manca mai: l’interesse di club come Inter, Juve e Zenit è ormai cosa nota. Ma ad uno come lui, concentrato sul presente e abituato a stare con i piedi per terra, le voci di mercato non interessano: “Non penso al futuro. Penso a correre per il Bologna”.

E a sostituire al meglio l’eredità lasciata dal suo grande amico Di Vaio. Prima, chissà, di essere messo all’asta: le pretendenti ci sono, il valore è indiscusso. A meno che lo stesso Alino non decida di dichiararsi romanticamente, alla Curva Bulgarelli. Con un classico: “Un Diamanti è per sempre”.

Simone Nobilini
(@SimoNobilini on Twitter)

JUVE AI QUARTI SENZA PROBLEMI, MA ALLO 'STADIUM' LO SPETTACOLO E' IL PUBBLICO!

BELLE IMMAGINI DI SPORTIVITA' TRA TIFOSI BIANCONERI E SCOZZESI PER UNO STADIUM QUASI ESAURITO

Alla fine, della partita di questa sera, si ricorderà soprattutto lo spettacolo sugli spalti dello Juventus Stadium, dove tifosi bianconeri e scozzesi ha cantato (anche insieme) per tutti i 90 minuti.
In un clima bagnato dalla pioggia, ma riscaldato dalla sportività sulle tribune, la partita è andata via liscia, senza nessun inconveniente, complice anche il risultato determinante dell'andata.

Per quanto riguarda il campo, la partita si è svolta come preventivabile. Il Celtic ci ha provato per i primi venti minuti, spinti più dall'orgoglio che non dall'effettiva convinzione di potercela fare.
La Juve invece ha contenuto senza correre troppi rischi e ha poi colpito appena ha potuto.
Bene la coppia Matri-Quagliarella, entrambi a segno. In particolare il napoletano ha raggiunto Giovinco a quota undici in testa alla classifica dei bomber stagionali bianconeri.
I due attaccanti sono piaciuti soprattutto per i movimenti e per il lavoro di sponda che hanno fatto per i compagni.

Da una parte all'altra del campo, Buffon è stato determinante su una conclusione dal limite di Commons deviata da Hooper. Anche grazie a quel colpo di reni, il portierone bianconero, in rosa per l'occasione, ha potuto mantenere la propria imbatibilità europea, arrivata a 493 minuti.
La squadra di Conte approda ai quarti con la miglior difesa, alla luce dei soli 4 gol subiti.
Bene anche Marrone, sempre preciso e puntuale nell'aiutare la manovra quando su Pirlo scalavano Commons e Hooper.
Piuttosto impreciso invece Bonucci, che ha forse sofferto lo spostamento a destra per fare spazio proprio a Marrone. L'ex difensore del Bari è andato spesso in difficoltà negli uno contro uno con Samaras.

Per quanto riguarda il centrocampo, benissimo Pirlo (come al solito), che al 20' del secondo tempo ha disegnato un "quadro da esporre nei musei" che ha innescato Vidal per il raddoppio di Quagliarella.
Il cileno è apparso in crescita soprattutto dal punto di vista fisico, aspetto determinante nel suo rendimento. Il "Guerrero", diffidato, è stato bravo a non rischiare mai il giallo che gli avrebbe fatto saltare l'andata dei quarti.
Prestazione positiva anche per Peluso. Non finirò mai di dirlo, ma sulla fascia l'ex atalantino garantisce cose che Asamoah, in questo momento, non può garantire. Corsa (tanta), spinta, ma anche copertura. Con l'andare delle partite, il terzino romano sta guadagnando sempre più spazio e sempre più punti nelle gerarchie di Conte.
Isla invece è apparso ancora un oggetto misterioso. Se non conoscessimo il suo passato all'Udinese, ci chiederemmo il perchè del suo acquisto. Purtroppo giocando così poco non si può pretendere molto, ma anche questa sera gli appoggi sbagliati sono stati svariati, quelli giusti forse due.

Alla luce dei due settimi posti di soli due anni fa, i quarti di finale di Champions sono già un ottimo risultato, ma conoscendo Conte, secondo voi si accontenterà? "Se Abbiamo fame? Abbiamo appena iniziato a mangiare!" (A.Conte nel post-partita). Come non detto!

Davide Bernardi
DavideBernardi6 on Twitter

mercoledì 6 marzo 2013

IN THE BOX: MOUSSA SISSOKO, L'HAMSIK D'OLTREMANICA!

INSERIMENTI, CORSA E SENSO DEL GOL, TUTTO QUESTO E' MOUSSA SISSOKO

Nel concitato e confuso mercato europeo di quest’inverno, un movimento è passato un po’ sottotraccia: l’acquisto di Moussa Sissoko da parte del Newcastle.

Il centrocampista franco-maliano classe ’89 è nato e cresciuto nei sobborghi di Parigi. A 13 anni è stato notato dagli osservatori del Tolosa, dove è approdato e dove è maturato nell’arco di tutte le categorie giovanili. A 17 anni firma il primo contratto da professionista, sempre per il Tolosa, anche se durante quella stagione (2006-07) gioca solo nella squadra riserve. L’allenatore Elie Baup però nota le sue buone prestazioni come regista basso (più o meno come Vieira per intenderci) e per l’anno successivo lo vuole in prima squadra, dove debutta il Ligue 1 nell’agosto 2007. Le buone stagioni dei bianco-viola in quel periodo (anche una qualificazione ai preliminari di Champions) attirano le attenzioni sui suoi giocatori: Elmander, Gignac, Constant e appunto Sissoko.

Le convocazioni nelle nazionali giovanili francesi certificano il valore del giocatore, che gioca 30 partite e a fine stagione prolunga il contratto (anche per raffreddare gli interessamenti esteri di Liverpool e Bolton).
Per il 2008 però cambia il tecnico, e il nuovo allenatore Alain Casanova inizia a impiegarlo una ventina di metri più avanti, sfruttando le sue capacità di inserimento e la sua regia tra il centrocampo e l’attacco. Il talento e l’abilità anche sottoporta fanno di Moussa Sissoko un prospetto a livello internazionale, oltre che il miglior giovane dell’anno secondo l'Equipe.
Tottenham, Bayern Monaco, Inter e Juve provano a portarlo via dai Pirenei, ma il presidente Sadran lo dichiara incedibile per meno di 30 milioni. Discorsi chiusi.
Anche all’inizio del 2009-10 Sissoko dimostra che tutto l’interesse attorno a lui è giustificato, con 6 gol nelle prime 12 partite. Tuttavia il Tolosa incappa in una brutta stagione e terminerà al quattordicesimo posto in classifica.
Inizia il fuggi-fuggi dei giocatori bianco-viola che emigrano verso lidi più competitivi. Lo zoccolo duro del Tolosa resta quel gruppo di ragazzi cresciuti assieme nelle givoanili: Capoue, M’Bengue, Tabanou e appunto Sissoko. Ma dopo due ottavi posti consecutivi, Moussa ritiene giusto staccarsi dalla squadra in cui è cresciuto e approdare in quella Premier League che lo cerca da anni. Arriva l’offerta del Newcastle, che ormai può portarsi a casa il centrocampista a cifre contenute dato il momentaccio del Tolosa e per 2.5 milioni il trasferimento va in porto.

Oltre che un affare sotto il profilo economico, Sissoko si rivela un affare anche in campo: nelle prime 5 partite ha segnato tre gol e servito due assist, permettendo ai suoi Magpies di portare a casa 9 punti e recuperare quella fiducia e quella continuità che fino ad ora è mancata alla squadra di Alan Pardew. La “comunità francese” nello spogliatoio (Cabaye, Ben Arfa, Gouffran, Yanga Mbiwa, Obertan) di sicuro ha favorito il suo ambientamento, ma certo anche lo stile di gioco della Premier League mette in risalto le sue doti tecniche e il tempismo negli inserimenti, facendone una sorta di Marek Hamsik d’oltremanica. E probabilmente il meglio deve ancora venire.

Valerio Brutti

MODRIC: GLI OTTO GIORNI CHE TI CAMBIANO UNA STAGIONE

IL CROATO IN POCHI GIORNI SI E' CARICATO SULLE SPALLE IL REAL MADRID

"Il manuale degli 8 giorni perfetti". Nel libro che Josè Mourinho potrebbe tranquillamente scrivere dopo la doppia vittoria col Barca e il passaggio del turno con il Man Utd ieri sera, gli usuali ringraziamenti racchiusi nelle prime pagine sarebbero (quasi) tutti dedicati a Luka Modric.

Il gioiellino arrivato in estate dal Tottenham per 42 milioni di euro, dopo un inizio piuttosto deludente, si è caricato sulle spalle il Real sia nel clasico di campionato che ieri sera all'Old Trafford, risultando un fattore assolutamente determinante per i successi dei blancos.
L'aspetto sul qual maggiormente mi soffermerei è l'atteggiamento avuto da Modric nelle due partite: diligenza tattica, qualità ovviamente, ma soprattutto tanta tanta personalità.

Nella gara al Bernabeu contro il Barcellona del 26 febbraio, il croato è stato esemplare per duttilità e sacrificio: trequartista con funzioni di collante tra centrocampoe  attacco nella fase di possesso palla, mediano in marcatura a uomo su Messi quando la palla la tenevano i catalani. Il risultato è stato che l'argentino, stretto nella morsa di Ramos e di Modric appunto, ha avuto solamente due palloni giocabili nel corso dell'intera partita.
Nella gara di ieri invece, il ragazzo di Zara, entrato al 10' della ripresa al posto di Arbeloa, ha sùbito preso in mano il centrocampo madridista. Ha dato un cambio di marcia al Real (al di là dell'espulsione), ha fatto respirare Xabi Alonso, apparso più impreciso del solito nella costruzione del gioco e soprattutto ha pareggiato con un tiro imparabile che nemmeno schiacciando quadrato+R2 (chi sa cos'è un joypad capirà) un giocatore normale riuscirebbe a fare.

E dire che la stagione del croato fino a qualche giorno fa poteva dirsi tutto tranne che positiva. Solo 14 presenze nella Liga da titolare, con appena 1 gol e 2 assist all'attivo. Poi la svolta sabato. Mourinho ci si è affidato forse più per far riposare i suoi titolarissimi che non per effettiva fiducia, fatto sta che ha riscoperto un giocatore determinante.

"Nel licenziare questo manuale, desidero ringraziare in particolar modo Luka Modric, che ha trascinato la mia squadra in questi 8 giorni perfetti". Grossomodo il ringraziamento di Mourinho suonerebbe così..

DavideBernardi
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IN INGHILTERRA SONO SICURI: ROONEY VIA DALLO UTD!!! ECCO PERCHE'..

I TABLOID INGLESI DANNO GIA' PER COSA FATTA L'ADDIO DI WAZZA A FINE STAGIONE

In Inghilterra ne sono certi: il tempo di Wayne Rooney all'Old Trafford è finito.
L'affermazione è di quelle forti, fortissime e nasce dall'esclusione dell'attaccante inglese nel ritorno degli ottavi di Champions con il Real di Mourinho.
A sorpresa infatti, Alex Ferguson ha preferito Welbeck a Rooney, che si è dovuto accomodare in panchina nella partita più importante della stagione. Oltre Manica la notizia ha destato un clamore enorme, forse esagerato.
Tutte le maggiori testate britanniche infatti, sono sicure che alla base della clamorosa esclusione ci sia un imminente divorzio tra la star inglese e i Red Devils.

Questa azzardata quanto eclatante news ha, sempre secondo i mezzi stampa della Regina, dei precedenti storici.
Si cominciò nel 1990 con l'esclusione di Jim Leighton dalla finale di FA Cup, trasferitosi a fine stagione all'Arsenal. Si continuò nel 2003 con David Beckham, escluso da Ferguson proprio in un Manchester-Real, finito 4-3 per i Red Devils, poi eliminati. La stella inglese entrò nel 2° tempo, ne fece due e a al termine della stagione si trasferì a Madrid. E infine l'ultimo precedente illustre fu Van Nistelrooy, lasciato in panchina nella finale di Coppa di Lega col Wigan nel 2006. Indovinate un po' come andò a finire? Anche lui a fine campionato venne ceduto al Real.
La teoria è ardita, ma se è vero che tre indizi costituiscono una prova..

A sostegno della propria tesi inoltre, le testate d'oltre Manica sostengono che, dal momento che quest'estate è entrato negli ultimi due anni di contratto, è improbabile che lo United farà firma  al 28enne Rooney un altro contratto da 4-5 anni a 250 mila sterline a settimana.
I colleghi inglesi però non si fermano qui e ipotizzano anche dei possibili scenari "post-Rooney.
In particolar modo, da un articolo pubblicato sul sito del "Daily Telegraph", si evince quanto lo United incasserebbe da Wazza e come i soldi verrebbero reinvestiti.

Secondo Mark Ogden, l'autore dell'articolo, Sir Alex dovrebbe riuscire ad ottenere grossomodo 40 milioni di steriline. Nel pezzo, tra gli indiziati per l'acquisizione di Wayne c'è il City, cui il numero 10 dei Red Devils fu molto vicino già tre anni fa.
I soldi ottenuti dalla cessione verrebbero poi reindirazzi su due obiettivi: il primo sarebbe Luis Suarez del Liverpool: piuttosoto difficile, considerando i rapporti tra le due squadre e il precedente tra l'uruguayo ed Evrà, che costò 8 giornate di squalifica al giocatore dei Reds.
Il secondo obiettivo sarebbe invece il "nostro" Edinson Cavani, giudicato rispetto a Rooney, "younger, in better form and with brighter future" (più giovane, più in forma e con un futuro più luminoso).
Ma stiamo sempre parlando di Rooney?!

Davide Bernardi
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MILAN, BRYAN CRISTANTE: IL FUTURO DEL CENTROCAMPO ROSSONERO

DF VE L'HA PRESENTATO GIA' L'ANNO SCORSO. L'ITALO-CANADESE HA APPENA RINNOVATO PER 5 ANNI

Ve ne parlammo già l'anno scorso durante le finali scudetto primavera, quando con il Milan arrivò fino alla semifinale. Era il più piccolo di quella squadra, eppure fu uno di quelli che ci colpì maggiormente, insieme al compagno di squadra Comi, ora alla Reggina e ovviamente Samuele Longo, allora all'Inter. Nato a San Vito al Tagliamento il 3 marzo 1995, Bryan Cristante.
Cristante, di origini canadesi, è un centrocampista alto 1,86 m. pesa 76 kg. Può ricoprire tutti i ruoli di un centrocampo a 3, ma il suo preferito è quello di play-maker. Dotato di una buona visione di gioco e di un'ottima tecnica individuale, è un giocatore predisposto più alla verticalizzazione che non al gioco in orizzontale.
E' il nuovo gioiellino del Milan primavera, con il quale è appena arrivato in finale al torneo di Viareggio (poi persa con l'Anderlecht) di cui è stato nominato il migliore giocatore.
Come regalo per il suo diciottesimo compleanno, Adriano Galliani gli ha fatto firmare il suo primo contratto da pro (quinquennale).
Il ragazzo l'anno prossimo verrà aggregato in prima squadra, anche per continuare il progetto giovani inaugurato quest'anno da Galliani. L'idea è quella di creare un nucleo fisso con Montolivo ed eventualmente un nuovo acquisto.

Rivisitando la sua storia, si capisce come il giovane centrocampista sia un predestinato.
E' stato il primo giocatore dilettante ad essere convocato in una Nazionale italiana: nel 2008 quando ancora giocava nel Liventina Gorghense, fece uno stage a Coverciano e venne preso. Di lì a poco il passaggio nelle giovanili del Milan. Al primo anno in rossonero vince il titolo tra i giovanissimi, contribuendo con 8 gol. L'anno successivo, il 2011, vince anche quello degli Allievi Nazionali. A 16 anni e mezzo viene promosso in primavera.
Il 6 dicembre 2011 si toglie anche lo sfizio di esordire in Champions League, in trasferta con il Viktoria Plzen, diventando così il più giovane rossonero di sempre a riuscirci. Tra l'altro record soffiato ad un certo Paolo Maldini.
E poi, come se non bastasse, ha dichiarato: "Per me la più bella è la Satta, ma meglio che Boateng non lo sappia". Questo ce la sa lunga, in campo e fuori!

Davide Bernardi
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martedì 5 marzo 2013

MANCHESTER - REAL: "QUI SI VA OLTRE IL CALCIO, SI ENTRA NELL'OLIMPO.."

DAL TACCO DI REDONDO ALLA TRIPLETTA DI RONALDO (R9). CR7 CONTRO IL SUO PASSATO E MOURINHO CONTRO IL SUO POSSIBILE FUTURO

E' la partita del tacco di Redondo (99-2000), è la partita del pazzo 4-3 (2002-03) con tripletta di Ronaldo, quello "ciccione" per dirla alla Ferguson, e dei gol di Beckham, Van Nistelrooy e della definitiva consacrazione di Iker Casillas nel mondo dei numeri 1. La vincente di questa sfida, in ben tre occasioni ha poi vinto la Champions: è semplicemente Manchester United-Real Madrid.

Il confronto tra i Red Devils e i Blancos è e sarà un match storico: Ronaldo contro il suo passato, Mourinho contro il suo possibile futuro.
Dietro a questa partita ci sarebbero mille storie da raccontare, ma secondo la regola della semplicità, le parole che più ci fanno capire l'essenza di partite come queste le ho sentite da un caro amico appassionato di calcio:"Io salto allenamento per guardarla, qui si va oltre il calcio, si entra nell'Olimpo..". Sembra un'esagerazione. Credetemi, per chiunque ha questo sport nelle vene, non lo è. Gli appassionati si fermano per vedere "spettacoli" come quello di questa sera. Lo ammetto ci sono cascato anch'io: "Calcetto?" "Stasera? Non posso, c'è Manchester-Real!".

Mettiamo da parte queste romanticherie "da Bar Sport" e veniamo al palcoscenico. Il secondo atto dell'opera arriva nel momento migliore per entrambe le compagnie. Quella spagnola viene da due clasici vinti e difficilmente si potrebbe immaginare dose d'adrenalina più efficace. I Red Devils invece hanno già archiviato la Premier, con 15 punti di vantaggio sui cugini del City.
Anche per questo, prevedere l'andamento della gara è quasi impossibile. Potrebbe proporsi una partita simile a quella dell'andata, con il Real deciso, questa sera costretto, a segnare e invece la squadra di Ferguson cui potrebbe bastare anche uno 0-0. Immaginare un Manchester tutto arroccato dietro viene però difficile. Staremo a vedere.
Per quanto riguarda i moduli, i due allenatori con ogni probabilità schiereranno sistemi speculari: 4-2-3-1. Diversa però sarà la loro interpretazione. Nettamente superiori sugli esterni, Mourinho potrebbe vincere la partita proprio nei confronti individuali. Il figliol prodigo CR7 a sinistra e Di Maria sulla destra potrebbero davvero spaccare la partita. Evra e soprattutto Rafael non rappresentano muri insuperabili, come del resto tutta la difesa inglese, certamente non il punto forte della squadra di Ferguson, che nel solo campionato ha già subito 31 reti.
Tra le fila dei Red Devils invece, le vie centrali saranno probabilmente quelle più cercate, con l'asse Rooney-Van Persie che in due hanno segnato 43 reti e fornito ai compagni 27 assist.

Non prendendo in considerazione gli attacchi, stellari da entrambe le parti, personalmente vedo il Real leggermente favorito. Un 1-1 è un risultato che non assicura niente a nessuno e quindi i calcoli, almeno inizialmente, influiranno poco, decisiva invece sarà la fase difensiva. Per ammissione dello stesso Sir Alex: "Chi la farà meglio vincerà". Data la maggior qualità spagnola negli altri reparti, secondo noi, contrariamente a molti altri pronostici, a passare sarà la squadra di Mourinho.
Poi ovviamente questo sport ci smentirà sicuramente. Ah no scusate, qui "si va oltre il calcio, si entra nell'Olimpo..".

Davide Bernardi
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(Qui vi riproponiamo il 4-3 del 2002-03)

domenica 3 marzo 2013

PORTO RE DEL MERCATO: DA LUCHO A HULK, LE PLUSVALENZE SUPERANO I 320 MLN DI €URO

LA SOCIETA' DI PINTO DA COSTA NEGLI ULTIMI ANNI HA SAPUTO SCOVARE GIOCATORI ACERBI E FARLI FRUTTARE MILIONI DI EURO

Noi di DiscoveryFootball in un articolo del 20 febbraio 2013 (Porto: Made in Colombia) vi avevamo già parlato della straordinaria capacità degli osservatori del FC Porto di scovare talenti e rivenderli, facendo plusvalenze eccezionali.

I dirigenti portoghesi si soffermano maggiormente sui talenti sudamericani, perché hanno un costo inferiore rispetto a quelli europei e perché per una strana logica che vige nel vecchio continente, un giocatore brasiliano o argentino affermato ha una quotazione maggiore.
Il Porto ha il merito di lavorare in molte nazioni, ed essere arrivato per primo in un nuovo mercato che sta portando i suoi frutti, quello colombiano.
La Colombia è in forte ascesa, sforna talenti a ripetizione e con l'aiuto delle società europee, i suoi giocatori stanno acquisendo sempre più esperienza ad alto livello.

I Dragoes possono vantare tra le loro fila Jackson Martinez e James Rodriguez ( si fa chiamare “Hames” perché è fortemente antiamericano), che hanno già attirato su di loro la curiosità di società inglesi e spagnole.
Anche le squadre di serie A si stanno accorgendo di ciò, in particolar modo il Pescara è riuscito ad assicurarsi Quintero, un gioiellino classe 93 che si è messo in luce con prestazioni esaltanti anche al recente Mondiale Uder20, dove molti top club si sono accorti di lui.
Ad ogni modo, abbiamo preparato una lista di giocatori che ora fanno parte delle più grandi squadre europee, ma che sono stati lanciati dal club porteghese.
In questa lista spiccano i nomi di Falcao, Anderson e Pepe, giocatori acquistati per cifre irrisorie rispetto al prezzo di vendita, ma anche un giocatore come Hulk, uno dei rari pesanti investimenti che però hanno fruttato lo stesso molti soldi.

LUCHO GONZALEZ: acquistato per 10,2 mln venduto per 19 mln al Marsiglia.
HULK: acquistato per 19 mln e venduto per 42 mln allo Zenit.
PAULO FERREIRA: acquistato per 2 mln e venduto per 20 mln al Chelsea.
PEPE: acquistato per 2 mln e venduto per 30 mln al Real Madrid.
BRUNO ALVES: proveniente dalle giovanilie venduto per 22 mln allo Zenit.
MEIRELES: parametro 0 venduto per 13 mln al Liverpool.
LISANDRO LOPEZ: acquistato per 2,3 mln e venduto per 24 mln al Lione.
FALCAO: acquistato per 5,4 mln e venduto per 47 mln all' Atletico Madrid.
CISSOKHO: acquistato per 300 mila euro e venduto per 16 mln al Lione.
QUARESMA: acquistato per 6 mln e venduto per 24,6 mln all'Inter.
BOSINGWA: acquistato per 1 mln e venduto per 20,5 mln al Chelsea.
GUARIN: acquistato per 1 mln e venduto per 12 mln all'Inter.
ANDERSON: acquistato per 5 mln e venduto per 31,5 al Manchester United.
MANICHE: arrivato a parametro 0 e venduto per 16 mln alla Dinamo Mosca.
CARVALHO: proveniente dalle giovanile e venduto per 30 mln al Chelsea.
DECO: acquistato per 8 mln e venduto per 21 al Barcellona.

Per farvi capire in modo pratico l'abilità della società portoghese, sappiate che da queste transizioni: 62,4 sono i milioni investiti, a fronte dell'impressionante cifra di 388,6 milioni di euro proveniente dalle cessione degli stessi giocatori. Senza avventurarvi in calcoli non facili, la plusvalenza è di 326,2 milioni di euro. Mica male eh?!

Giammarco Bellotti
Giambellotti on Twitter

W LA..LIGA: IL 'MOU'MENTO DELICATO DEL BARCELLONA

LO SPECIAL ONE IN CINQUE GIORNI RIBALTA IL MONDO FUTBOLISTICO SPAGNOLO

Come le due facce della commedia e della tragedia. Una ride, l'altra piange.
Nella settimana che doveva decidere (condannare) il destino di Mourinho, il portoghese "denuda" il Barcellona due volte a distanza di cinque giorni.
In così poco tempo dunque il mondo calcistico spagnolo si è rovesciato: i blancos che danno ai blaugrana una, anzi due lezioni di calcio e i catalani che si appigliano alle scelte arbitrali.
Jordi Roura, il sostituto di Vilanova, al termine del clasico di ieri ha dichiarato: "Nelle ultime settimane abbiamo giocato tante partite complicate, intense e con poca possibilità di riposare". Questo è pur vero caro Jordi, ma va anche detto che il Barcellona, di queste partite complicate, non ne ha portata a casa nemmeno una, compromettendo almeno metà di una stagione che fino a quindici giorni fa la vedeva in lizza (e fortemente favorita) per rivincere tutto. Fuori dalla Copa del Rey e con un 2-0 da ribaltare col Milan in Champions.

Prima i rossoneri e poi uno che Milano l'ha conosciuta bene, hanno messo in mostra tutti i possibili limiti di un sistema di gioco in cui i fattori sul quale si basa devono essere rispettati sempre.
Nei due clasici confronti che hanno permesso a Mourinho di riprendersi buona parte della Madrid dalla camiseta blanca, si sono confrontati due sistemi di giochi opposti: verticalizzazione, velocità e fisicità da una parte, geometria, semplicità e ordine dall'altra.
"Dobbiamo essere molto superiori a loro perchè l'arbitro non sia decisivo". Errore Gerard (Piquè). Avete bisogno di essere molto superiori a loro per non soffrire la loro fisicità. Purtroppo ieri, come in Copa del Rey, la condizione dei catalani è apparsa ai minimi storici dal 2008.
In entrambe le gare al contrario, il Real ha mostrato una superiorità fisica a tratti imbarazzante, vedi il 2-0 di Ronaldo al Camp Nou, quando Di Maria ha deriso Puyol in velocità e nell'uno contro uno.

Per funzionare, il tiki-taka ha bisogno che l'applicazione tattica degli interpreti raggiunga una precisione vicina alla perfezione, così come la salute fisica dei giocatori. Se invece il momento delicato si somma all'assenza del professore (Xavi) di questa filosofia di gioco, è chiaro che le difficoltà saranno parecchie.
Per alcuni attori in particolare poi sembra la classica stagione no. Anche ieri le responsabilità di Mascherano sul vantaggio di Benzema sono palesi. La sensazione che il Real potesse far male dalla sua parte è durata per tutti i 90 minuti.
Il problema della necessità di un altro centrale da affiancare al marito di Shakira, già emersa nella scorsa stagione in occasione dell'eliminazione della Champions con il Chelsea, è stata sottolineata ancor di più dai già 30 gol subiti nella sola Liga quest'anno.

Se come aggiunge il sostituto tecnico blaugrana questa "E' una sconfitta che alla classifica non fa male", la terza "derrota" consecutiva dei catalani, arrivati a questo punto, può avere due risposte conseguentemente opposte: fungere da pungolo e provocare una reazione rabbiosa o soffiare via altre carte da un castello che sembra ogni giorno più fragile.

Inevitabile chiusura dedicata a Mourinho. Lo Special One, dopo l'impresa del 1-3 al Camp Nou, anche ieri ha vinto la partita ancor prima di giocarla: Pepe titolare a centrocampo, anche a causa dell'esplosione di Varane e Morata e Callejon in avanti con Cr7 in panchina. "Se vinco stravinco, se perdo vinco lo stesso perchè ho schierato le riserve." Geniale.
Il portoghese nello spazio di due partite, si è riguadagnato la fiducia di Madrid nel caso decidesse di rimanere nella capitale spagnola e si è costruito la giusta situazione per essere rimpianto, nel caso invece preferisse cambiare panchina. Un genio.

Davide Bernardi
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EDITORIALE: IL MILAN EFFETTUA IL sorPAZZO, LAZIO AFFONDATA 3-0 E TERZO POSTO RAGGIUNTO


PAZZINI E BOATENG STENDONO I BIANCOCELESTI E FANNO VOLARE I ROSSONERI IN PIENA ZONA CHAMPIONS

Due vittorie, un pareggio. Il tour de force di casa Milan, disputato nell’arena di San Siro e targato Barcellona, Inter e Lazio si conclude con un terzo posto momentaneamente raggiunto e con un cauto ottimismo in vista della gara di ritorno al Camp Nou. Non male per una squadra che aveva iniziato la stagione a dir poco in salita, stagnando per più di una giornata persino nelle torbide acque della zona retrocessione.

Il Milan, invece, ha tirato fuori il carattere proprio nel momento in cui veniva richiesto il maggior sforzo possibile. Partita perfetta con il Barça, ottimo gioco espresso nel derby contro l’Inter(nel quale sono mancati solo i 3 punti) e, per finire, il netto successo di ieri contro la Lazio. In una partita cambiata sì dalla decisione di Rizzoli di cacciare Candreva (per intervento falloso su chiara occasione da gol) dopo 16’, ma interpretata da subito con il piglio giusto dalla squadra di Allegri, abile a pressare dall’inizio gli avversari e a costruire due clamorose palle gol già nei primi 8’ di gioco. I rossoneri sono stati abili a sfruttare la superiorità numerica sin da subito, assaltando l’area biancoceleste e trovando un confortante doppio vantaggio al termine della prima frazione di gioco.

Casualità ha voluto che, dopo lo scoppio del caso Cassano-Stramaccioni, sia stato proprio Giampaolo Pazzini, l’ epurato di casa Inter e l’oggetto del tanto discusso scambio per il passaggio del barese in nerazzurro, il protagonista assoluto del match. Manca Balotelli? Nessun problema: il Pazzo risponde presente, con una doppietta che lo porta a ben 12 gol segnati in campionato e che non fa rimpiangere l’assenza di SuperMario.

Le note liete arrivano ancora una volta da Mattia De Sciglio: fascia sinistra o destra? Il problema non si pone. Il giovane terzino rossonero stupisce sempre più per il grande senso della posizione e per la perfezione con cui svolge il doppio ruolo di chiusura e proposizione offensiva. Tra i migliori anche ieri.

Comincia a carburare in modo convincente anche Kevin-Prince Boateng, in gol e ancora molto coinvolto nella manovra offensiva della squadra: la sua rete e il 3-0 Pazzini nella ripresa hanno sostanzialmente chiuso i giochi in un match che non ha mai avuto storia.

Capitolo Massimiliano Allegri: Acciuga ha probabilmente mandato in campo la miglior formazione possibile, scegliendo ancora Boateng e non Niang nel tridente offensivo ed affiancando il rientrante Flamini ad Ambrosini e Montolivo in mediana. Yepes, in difesa, ha sostituito senza troppi patemi Philippe Mexès. Per il tecnico ex Cagliari si tratta della prima vittoria contro la Lazio da quando siede sulla panchina del Milan.

Il volo del Milan verso il terzo posto ha superato l’aeroporto di Fiumicino. Ed è destinato ad atterrare presto: venerdì prossimo i rossoneri saranno a Genova per affrontare un Grifone rigenerato dalla cura Ballardini. Il sorPazzo è arrivato, grazie ai 9 punti recuperati alla Lazio nelle ultime 15 partite. Ma per l’Europa che conta serve suonare la decima: quella sinfonia che Beethoven iniziò a comporre senza riuscire mai a finire, stroncato dalla morte. Chiamata, più semplicemente, decimo risultato utile consecutivo. 


Simone Nobilini
(@SimoNobilini on Twitter)

venerdì 1 marzo 2013

NAPOLI E JUVE SI SPARTISCONO LA POSTA, MA A SORRIDERE E' CONTE

PAREGGIO GIUSTO TRA NAPOLI E JUVE: LE DUE SQUADRE SI DIVIDONO UN TEMPO A TESTA

La partitissima del San paolo, al quale addirittura Maradona ha voluto assistere, si è conclusa con un (giusto) pareggio che fa sicuramente più comodo a Conte che non a Mazzarri.

Il Napoli ha cercato di partire forte, di fare la gara dal primo minuto, portando un pressing altissimo fin dal rinvio di Buffon. La Juve però è stata brava ad eludere la pressione dei partenopei, prendendo subito il controllo del gioco e andando anche in vantaggio dopo 8 minuti con un colpo di testa di Chiellini.
Conte ripropone l'idea della gara col Siena: Giovinco prima punta e Vucinic seconda che viene incontro ai centrocampisti. La mossa ha funzionato, i centrali del Napoli, soprattutto nel primo tempo, hanno sofferto i movimenti continui dei due attaccanti bianconeri, che non hanno mai offerto punti di riferimento.
Almeno fino al 43', minuto del gol di Inler, la Juve ha gestito molto bene la partita: rapida nelle ripartenze una volta recuperata palla, precisa nella gestione del pallone e molto efficace nei ripiegamenti difensivi, quando il Napoli superava il primo livello del pressing juventino.
Il Napoli ha accusato il gol subito a freddo, commettendo molteplici errori in fase di impostazione, di cui però la Juve non ha saputo approfittare. Proprio da una possibile occasione nata da un errore di Britos e non sfruttata da Giovinco, è invece scaturito il contropiede del Napoli che ha fruttato il pareggio.
Fine del primo tempo dunque piuttosto frizzante, anche a causa di un episodio sanzionato solo in parte da Orsato: dopo vari battibecchi, Cavani ha rifilato una gomitata in pieno volto a Chiellini. Sarebbe stato da espulsione diretta, ma l'arbitro ha preferito ricorrere solo al giallo.

L'inizio della seconda frazione di gioco non è brillante ne da una parte ne dall'altra: le due squadre si studiano, gli errori in palleggio sono vari e complice Orsato che non lascia correre quasi niente, il gioco ne risulta parecchio spezzettato.
Entrambe le squadre, anche nella seconda frazione danno poca profondità e quindi la soluzione da lontano è quella più utilizzata: Vucinic e Hamsik sono andati vicino al gol. Soprattutto al 28' quando su una respinta di Buffon, da due passi Dzemaili non è riuscito a trovare la porta
Il Napoli ci ha provato più di cuore che non razionalmente: la Juve ha dimostrato di soffrire molto i corner e soprattuto le seconde palle che da essi sono nate.
Il secondo tempo si è giocato sulla falsa riga del primo, i ventidue in campo hanno alternato periodi di gestione del pallone a periodi di attesa.
Entrambe le formazioni si sono difese con ordine e anche nei casi di ripartenze, le retroguardie hanno saputo mantenere una certa organizzazione, soffrendo poco o nulla.
I cambi non hanno praticamente influito, Conte negli ultimi minuti di garaè passato al 5-4-1 con Matri unica punta, accontentandosi dunque di un pareggio che sicuramente fa più comodo ai bianconeri che non agli azzurri.
Per quanto riguarda i singoli, molto bene Chiellini, Giovinco, che da continuità alla prestazione col Siena e soprattutto Peluso, schierato sulla fascia come a Glasgow e come allora autore di una prova generosa e di qualità. Tra i partenopei invece, molto bene Campagnaro e Maggio, apparso in netta ripresa fisica.

Al termine del big match del campionato, l'unico cambiamento scaturito da questa partita è il vantaggio della Juve negli scontri diretti, in virtù del quale i punti di distacco non sono più 6, ma 7.

Davide Bernardi
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ASPETTANDO NAPOLI-JUVE: LE FASCE FARANNO LA DIFFERENZA, HAMSIK E VUCINIC LE DUE VARIABILI

L'APPROCCIO ALLA GARA DELLE DUE SQUADRE FARA' LA DIFFERENZA IN QUELLA CHE SI PROFILA COME LA GARA PIU' IMPORTANTE DEL CAMPIONATO

Come abbiamo fatto in vista del big match di Champions tra Milan e Barcellona, proviamo ad analizzare la super sfida tra Napoli e Juve di questa sera.
I moduli delle due squadre sono molto simili, anche se interpretati in maniere differenti e per questo i dettagli faranno la differenza. Sarà una partita a scacchi e i confronti individuali decideranno l'esito finale.

Partiamo da chi gioca in casa. Gli approcci possibili di Mazzarri sono principalmente due: aspettare i bianconeri o attaccarli fin da subito.
Il primo caso, adottato anche dal Milan contro il Barcellona, ha sì vari aspetti positivi, ma anche alcuni negativi. Attendendo gli uomini di Conte infatti, il Napoli potrà sfruttare al meglio le ripartenze e le capacità di partire da lontano di Cavani e Pandev.
Va anche detto però, che aspettare troppo la Juve, potrebbe avere come controindicazione il sedersi troppo, dando fiducia ai bianconeri, sicuramente più abili degli uomini di Mazzarri in fase di palleggio.
L'atteggiamento più adatto al contrario, secondo me sarebbe quello di attaccare alto la squadra di Conte, che ha dimostrato di andare in difficoltà contro le squadre che la aggrediscono già al limite dell'area. A tal proposito la gara di Glasgow è esemplare; contro il Celtic infatti la Juve ebbe la vita parecchio difficile prima di chiudere la partita.
I fattori che risulteranno determinanti nella gara degli azzurri sono essenzialmente due: le fasce, se Zuniga e Maggio riusciranno a vincere il confronto con Lichtsteiner e Asamoah, il gioco si allargherà e gli avanti di Mazzarri avranno lo spazio necessario per far male a Barzagli e compagnia. E Marek Hamsik. Lo slovacco, che agirà tra le linee, dovrà essere bravo a tamponare Pirlo in fase di non possesso e in fase offensiva a pungere la retroguardia bianconera, che da sempre soffre quel tipo di giocatori: vedi Totti a Roma e Commons a Glasgow.

Veniamo ora alla Juve. Importantissimo per gli uomini di Conte sarà un approccio giusto alla gara fin dai primi minuti. I bianconeri non dovranno aspettare il Napoli; un atteggiamento di questo genere infatti, non farebbe altro che agevolare il furore degli uomini di Mazzarri, spinti anche dalla consapevolezza di non poter sbagliare questa partita in particolare.
Proprio come nel caso degli azzurri, anche per Conte saranno fondamentali le fasce e la condizione di Asamoah, apparso in ritardo nelle ultime partite e Lichtsteiner. I due esterni, se in salute, offriranno un contributo importantissimo in entrambe le fasi.
Altrettanto rilevante sarà la partita di Vucinic. Il montenegrino, dovrà lasciare le ciabatte a casa e scendere in campo con gli scarpini ben allacciati. Un variante tattica che potrebbe spiazzare la difesa napoletana, nel caso in cui giocasse Giovinco, sarebbe lasciare la formica atomica prima punta, come col Siena e far agire lo Zorro bianconero da seconda punta, per esaltare gli inserimenti dei centrocampisti.
Per quanto riguarda la fase difensiva, il Napoli ha dimostrato di non digerire le squadre che si chiudono in maniera compatta. I campioni d'Italia, in fase di ripiegamento, dovranno velocemente formare un blocco compatto in 30 metri, in modo da creare una densità tale da ostruire le possibilità di taglio e inserimento di Hamsik, Pandev e Cavani.

Come per Milan-Barcellona, un ruolo cruciale avranno anche i 55 mila del San Paolo, esaltati ancor di più dalla presenza di Diego Armando Maradona. Questa sera sì, Conte assisterà ad una vera e propria bolgia.

Davide Bernardi
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giovedì 28 febbraio 2013

WLA..LIGA: BILBAO, LA CENERENTOLA D'EUROPA E' SCOMPARSA, E' RIMASTA SOLO LA SCARPETTA

IL BILBAO DI BIELSA NON SE LA PASSA CERTO BENE. TRE PUNTI DALLA RETROCESSIONE E FUORI DALL'EUROPA LEAGUE

C'era una volta una cenerentola che incantava l'Europa. C'era una volta l'Athletic Bilbao di Marcelo el loco Bielsa.
Un gioco frizzante, piacevole e quasi utopistico: 4-3-3 iper offensivo, con davanti LLorente supportato dai ragazzini terribili Susaeta e Munain.
Finale di Copa del Rey e di Europa League (dopo quasi 40 anni) centrate con una squadra tutta di origini basche e per di più con un età media di 23 anni.
Poi, un po' per l'inesperienza, un po' per il talento di Falcao e Messi, entrambe le partite andarono male. 3-0 per l'Atletico Madrid a Bucarest e 3-0 per il Barcellona al Vicente Calderon.
Nessun titolo al termine di un'annata comunque incredibile. Il Bilbao aveva fatto innamorare mezza Europa, dando una lezione di calcio anche Sir Alex Ferguson, sconfitto per 3-2 all'Old Trafford, con i baschi padroni del campo. Il dato del possesso palla arrivò addirittura al 67 %.

A distanza di qualche mese, al San Mames sembra essere scoccata la mezzanotte. L'incantesimo si è spezzato. Javi Martinez emigrato in Germania per la cifra folle di 40 milioni di euro, Llorente, la vera stella della squadra, messo fuori rosa a causa del mancato rinnovo con la società basca.
Quello che sembrava l'inizio di un nuovo ciclo per l'autarchica società roji-blanca, sembra invece essersi rivelata una favola lunga una stagione.
Quest'anno infatti del Bilbao dell'anno scorso sembrano rimasti giusto i colori: 26 punti nella Liga, a soli tre dalla zona retrocessione e già fuori dall'Europa League.
Da metà dicembre, i baschi hanno vinto una sola volta, nel 3-0 all'Atletico Madrid, partita che si pensava potesse essere la svolta della stagione, poi 6 sconfitte e 2 pareggi.
Nell'ultima giornata un 1-3 subito dalla Real Sociedad. Negli scontri con Barcellona e Real Madrid i gol presi sono stati dieci: cinque per partita, per non scontentare nessuno. In generale le reti subite in questo campionato sono addirittura 50, a fronte delle 30 fatte.
La cenerentola che incantava l'Europa sembra dunque aver perso la scarpetta, i rintocchi della mezzanotte l'hanno trasformata nel fac-simile della Roma Zemaniana:  un gol più degli altri lo incassa invece che segnarlo.

Al San Mames si parla già del possibile sostituto del loco Bielsa. Si era fatto il nome di Unay Emery, prima che firmasse col Sevilla.
Intanto sabato l'Athletic fa visita all'Osasuna, per quella che si profila come una gara fonfamentale sulla strada della salvezza. Il club di Pamplona infatti, in classifica ha 2 punti in più dei baschi.
La mezzanotte è scoccata e alla Catedral è stata ritrovata solo una scarpetta. Bielsa farà bene a ritrovare anche la sua Cenerentola.

Davide Bernardi
DavideBernardi6 on Twitter

martedì 26 febbraio 2013

IN THE BOX: THE INCREDI..BALE, VILLAS BOAS HA IL PROPRIO 007

ANCORA UNA VOLTA CON DUE PRODEZZE FA VOLARE GLI SPURS. VALE QUANTO CR7?!

Non indossa lo smoking e il papillon, ma una divisa bianca con sulla schiena il numero 11. Non impugna la celebre PPK, ma quando arma il sinistro, tanti portieri possono solo alzare le mani. E' il più fidato "agente " di Andrè Villas Boas: si chiama Bale. Gareth Bale.

Anche ieri sera, lo 007 gallese ha regalato i tre punti agli Spurs nel derby col West Ham: nel primo tempo ha portato in vantaggio il Tottenham con un preciso sinistro all'angolino, mentre nel secondo tempo ha, prima battuto la punizione dal quale è nato il pareggio di Sigurdsson e poi ha "portato a termine la missione" con una magia al 90'. "IncrediBale", dopo un coast to coast, subisce fallo sulla trequarti, Webb non fischia. Gareth non ci sta,  sbatte un pugno per terra, si rialza, si fa dare palla e scarica un sinistro all'incrocio che Jaaskelainen può solo guardare insaccarsi.
Ennesima doppietta che va a sommarsi agli altri 13 gol e 5 assist di queste prime 25 partite di Premier. I numeri sono impressionanti: 8 gol nelle ultime 6 gare, che hanno permesso al Tottenham di superare il Chelsea in classifica e piazzarsi così al terzo posto a soli 5 punti dal City secondo a 56.

Il valore del gallese è schizzato alle stelle, una prima offerta del Real Madrid si aggira intorno ai 60 milioni, ma l'impressione è che non basteranno. Andrè Villas Boas ha evidenziato un aspetto tanto importante quanto poco considerato in precedenza: "avere un giocatore come Bale può attrarre altri campioni a scegliere il Tottenham". Dopo le recenti prestazioni e il valore di mercato raggiunto dal giocatore, la sua partenza a fine stagione non è per niente scontata.

Molti in Premier lo paragonano a Cristiano Ronaldo. Simili o no, il gallese CR7 lo studia. Le punizioni come prima cosa: partenza a gambe leggermente divaricate, breve rincorsa e parabola imprevedibile che si abbassa a due metri di distanza dal portiere. Grazie a due magie da fermo ad esempio, ha regalato ai suoi la vittoria nell'andata dei sedicesimi di Europa League contro il Lione.
E poi il terzo tempo. Quella tecnica cestistica che ti permette di saltare prima e più in alto degli avversari. Vedi per credere il gol di testa che proprio Ronaldo ha fatto contro il Manchester United due settimane fa.
L'aspetto che più colpisce di questo ragazzo gallese che non la smette mai di correre, è la duttilità: nato come terzino, è letteralmente esploso a livello internazionale nel 2010, nel confronto durante la fase a gironi di Champions League con l'Inter. A San Siro nella sconfitta per 4-3 segnò una tripletta, mentre in Inghilterra sfornò due assist per il 3-1 finale, facendo quello che volle al cospetto di Maicon.
Con il passare del tempo Harry Redknapp lo spostò più avanti, mentre va a Villas Boas il merito di averlo portato al centro, in quello che era il ruolo di Van der Vaart.
 L'unico peccato è che Gareth Bale, sembra condividere lo stesso sfortunato destino di Ryan Giggs, grandissimi giocatori che purtroppo potremo ammirare a pieno solo nelle competizioni per club.

Non avrà lo smoking e il papillon, non avrà la PPK, ma un sinistro così farebbe comodo anche alla regina Elisabetta!

Davide Bernardi
DavideBernardi6 on Twitter 


                                                          



VIDEO - CHAPEAU: PIERRE-EMERICK AUBAMEYANG, IL RANOCCHIO EX MILAN SI TRASFORMA IN PRINCIPE AL SAINT-ÉTIENNE


SCARICATO DAI ROSSONERI NEL 2008, IL FRANCO-GABONESE TRASCINA ORA LES VERTS A SUON DI GOL

Sembrava fosse l’ennesimo giovane talentuoso, sfornato da un vivaio importante (quello milanista), senza futuro davanti a sé. Sembrava dovesse essere continuamente girato in prestito, una volta al Dijon, poi al Lille , infine al Monaco. Sembrava.

Ma la storia di Pierre-Emerick Aubameyang, classe 1989, sarebbe cambiata di lì a poco. Dopo tre stagioni di nomadismo francese (dal 2008 al 2011) caratterizzate da 67 presenze e 12 reti in totale, il Milan decide di spedirlo a un’ora di strada da Lione, al Saint-Étienne.

L’esperienza fiabesca di Pierre (grazie anche al colore della sua nuova divisa) ricorda un po’ la storia del principe ranocchio: baciato dalla fortuna e dall’impegno sempre profuso, il rospo Aubameyang si trasforma in un principe del gol infallibile in Ligue 1. Dal 2011, il fratello di Catilina e Willy (anch’essi ex primavera Milan) ha totalizzato 75 presenze e 32 reti con la maglia dell’ASSE, guadagnando un posto fisso da titolare in attacco e convincendo la dirigenza del club francese a riscattarlo a titolo definitivo dal Milan. Attualmente, nella stagione corrente, occupa la seconda posizione nella classifica cannonieri del campionato francese: 14 gol e 9 assist, secondo solo a un fenomeno come Zlatan Ibrahimovic.

Naturalizzato gabonese dal 2009 e vincitore della classifica cannonieri della Coppa d’Africa 2012, il 23enne ha visto crescere la propria valutazione fino a 10 mln di euro, attirando l’attenzione di club importanti come  Fiorentina e Newcastle. Ama ricoprire il ruolo di punta centrale, sfruttando un’arma che lui stesso ritiene essere il suo pregio: la velocità, supportata da un fisico longilineo (185 cm x 74kg).

Al famoso ed attuale Progetto Giovani inaugurato dal Milan, Aubameyang avrebbe certamente fatto comodo. I rossoneri però, giudicandolo troppo acerbo, hanno preferito non scommettere su di lui: d’altronde non per tutti è facile vedere, in un semplice ranocchio, un futuro principe del gol.

Simone Nobilini
(@SimoNobilini on Twitter)