Idee fresche. Idee nuove.

Idee fresche. Idee nuove.
Ciao a tutti siamo Davide Bernardi & Nicolò Smerilli, due studenti della Università Cattolica di Milano. Abbiamo deciso di creare questo blog perchè il nostro sogno è quello di diventare giornalisti professionisti e quindi vorremmo farvi sentire le nostre idee. In questo "portale" noi non ci proponiamo di offrirvi novità o notizie che altri non hanno, ma come già detto, darvi la nostra opinione riguardo i maggiori eventi calcistici. Il titolo "DiscoveryFootball" nasce dall'idea di analizzare, proprio come fa il più famoso Discovery Channel, il mondo del pallone. Quindi se vi va di sentire delle voci "nuove" e "fresche", seguiteci! D.B & N.S

mercoledì 13 marzo 2013

IL MILAN E LA STRANA TENDENZA AD ESSERE RIMONTATA


DA BORDEAUX A BARCELLONA, PASSANDO DA ISTABUL. TUTTE LE RIMONTE SUBITE DAI ROSSONERI
La premessa è d'obbligo. Il Milan è la squadra italiana con più Champions League nella sua bacheca, quella che ha saputo maggiormente imporre il suo gioco in Europa negli ultimi anni.                                               Bisogna sottolineare che per perdere certe partite occorre anche arrivare a giocarle, quindi i rossoneri hanno avuto il merito di essere approdati quasi sempre alle fasi finali delle coppe Europee negli ultimi venticinque anni.
Quella con il Barcellona è un tracollo che però presenta degli alibi: Allegri non ha a disposizione una rosa che gli permette di essere competitiva con le sei-sette squadre più forti d'Europa, la squadra è giovane e con poca esperienza e l'avversario è troppo forte per chiunque, o quasi.

Ma prendere quattro gol partendo dal vantaggio di 2-0 fa veramente male, la partita ha ricordato la scorsa finale degli Europei tra Spagna e Italia, in cui le furie rosse hanno demolito gli azzurri facendogli vedere il pallone solo al fischio di inizio e a quello finale.                                                                                             Se gli alibi hanno parzialmente giustificato la sconfitta di ieri sera non posso sicuramente giustificare le altre “Caporetto” che il Milan ha dovuto subire da squadre notevolmente inferiori.

Riavvolgendo il nastro possiamo partire ricordando la partita che svelò al mondo l'immenso talento di Zinedine Zidane, Bordeaux Milan 3-0 del 1996. Proprio come quest'anno il Milan partiva da un 2-0 casalingo con una squadra di semisconosciuti francesi. Dugarry, giocatore ad intermittenza, si accese e rifilò una doppietta che condannò Baresi e compagni all'eliminazione dalla Coppa Uefa.

Sei anni più tardi la Coppa Uefa riservò un'altra figuraccia al Milan, un 4-0 pesantissimo nell'andata della semifinale in terra tedesca. Il Borussia Dortmund di Rosicky fu il carnefice di serata, con Marcio Amoroso, poi approdato con scarsi risultati proprio nella società di Berlusconi, mattatore di serata. La punta brasiliana mise a segno un'inaspettata tripletta che insieme al gol di Heinrich chiuse di fatto il discorso qualificazione già nei primi 90 minuti.

Nel 2004 anche l'amata Champions League contribuì a far naufragare un Milan di Ancelottiana memoria, reduce dal trionfo dell'anno precedente contro i rivali Juventini. L'avversario anche in questo caso fu una squadra spagnola, quel bellissimo Deportivo La Coruna di cui ormai già da qualche anno non è rimasto più nulla, complici i problemi economici e le scelte dirigenziali scellerate. A San Siro Kakà prese in mano la squadra e fissò il risultato su un “inribaltabile” 4-1. “Inribaltabile” appunto, perchè nella sfida di ritorno i galiziani impiegarono cinque minuti ad aprire le danze con il “Rifle” Pandiani, lo stesso tempo impiegato da Messi. Valeron e Luque completarono la rimonta già nel primo tempo. La seconda frazione vide una sorta di tiqui taca che portò al poker dell'idolo di casa Frau.

Ma non è finita, anzi. Il 2005, dopo gli anni delle due retrocessioni in B, fu l'anno rossonero più amaro. Il Milan è la squadra più forte d'Europa, annovera tra le sue fila calciatori del calibro di Inzaghi, Pirlo, Nesta, Seedorf, Sheva e Kakà. L'avversario di quella finale fu il Liverpool, altra squadra più incline alle vittorie in Europa rispetto a quelle nel suo paese. Il primo tempo la squadra di Ancelotti demolisce i Reds, sembra il copione di un film: Maldini segna subito quello che sembra il ringraziamento del calcio alla sua carriera, poi Crespo firma una doppietta che fa gridare al successo i tifosi rossoneri. Ma in 6 minuti successe l'imponderabile, 360 secondi che cambiarono la storia della Champions League: mai nessuno era riuscito a rimontare tre gol in una finale. Dudek ai rigori fece il resto. Quella partita fu eletta dai giornalisti Uefa la finale più bella di sempre, non tutti saranno d'accordo.

Fortunatamente l'Arsenal nel 2012 non riuscì a ribaltare il 4-0 dell'andata, ma ci andò vicino terminando il match con 3 gol di scarto. Un'altra partita che può essere rievocata è la sconfitta per 4-2 dell'anno scorso con i cugini nerazzurri in campionato, con il Milan che dovette desistere dall'inseguimento alla Juventus e quindi consegnargli di fatto il tricolore.
Fare peggio di queste partite è “quasi” impossibile. 

Giammarco Bellotti
@Giambellotti on Twitter

W LA..LIGA: LA REAL SOCIEDAD SOGNA LA CHAMPIONS CON GLI EREDI DI KOVACEVIC E NIHAT!

UNA SOLA SCONFITTA IN 17 PARTITE STANNO FACENDO VOLARE IL CLUB DI SAN SEBASTIAN, QUARTO COL MALAGA

Oggi, per la nostra rubrica W La..Liga, vi vogliamo raccontare quella che in una parte della Spagna, sta assumendo ogni giorno di più i tratti di una favola.
Più precisamente il luogo in cui il nostro racconto è ambientato, è Donostia-San Sebastiàn, città da 185 mila abitanti situata nei Paesi Baschi.
Scommetto che dopo l'ultima parola della frase precedente vi sarà venuta in mente l'immagine dell'Athletic Bilbao di Bielsa. Centreranno anche i roji-blancos, ma oggi la nostra protagonista è la Real Sociedad.

Dopo aver passato un'intera stagione, la scorsa, a sentire le odi che mezza europa tesseva ai cugini di Bilbao, i tifosi txuri-urdin quest'anno si stanno prendendo delle belle rivincite. La squadra di Philippe Montanier infatti, grazie alla vittoria di domenica al Vicente Calderon e al contemporaneo pareggio del Malaga, si sono portati al quarto posto in classifica, a pari merito proprio con il club della Rosaleda.

Gioco semplice applicato da giocatori giovani e per di più quasi tutti cresciuti in casa propria: ecco la ricetta vincente del giovane tecnico francese.
Inigo Martinez e Illaramendi sono solo due dei talenti spagnoli cresciuti nel centro Zubieta. Il primo dei due è un centrale difensivo classe '91 col vizio del gol. Alto 1,81m., supplisce alla non altissima statura con una buona forza fisica e un'ottima rapidità. La valutazione si aggira intorno ai 5 milioni di € e l'Inter ci starebbe pensando.
Asier Illaramendi invece, è un centrocampista centrale classe '90, anch'esso cresciuto nel vivaio della Real Sociedad e stella della selezione U21 spagnola, sulle sue tracce si sta muovendo il Marsiglia.
Nel club che solo nel 90' aprì agli stranieri, spiccano anche il francese Antoine Griezman, stereotipo dell'ala sinistra non altissima, ma rapida, veloce e micidiale nell'uno contro uno, sul cui contratto, in scadenza 2015 pesa una clausola rescissoria di 30 milioni; e il messicano Carlos Vela, attaccante cresciuto nell'Arsenal, da dove preferì andarsene perchè non trovava spazio. Dopo solo 3 gol con la maglia dei Gunners, il giovane attaccante nato nell''89 è letteralmente esploso con la camiseta Txapeldun: 21 gol in 56 presenze, tanto da richiamare le attenzioni dello stesso Wenger, cui piacerebbe riportarlo all'Emirates.

Con questa truppa di ragazzi terribili, il club basco, nelle ultime 17 partite, ha perso solo con il Real Madrid (4-3 al Bernabeu), procurando la prima sconfitta stagionale in campionato al Barcellona e rifilandone 3-1, al San Mames, all'Athletic. Anche grazie alla vittoria di entrambi i derby (non succedeva dall'89), il tecnico Montanier, arrivato nell'estate 2011 e a forte rischio esonero dopo le cinque gare senza vittoria dello scorso Novembre, a San Sebastiàn è divenato un mezzo eroe. Sotto la guida del francese infatti, i txuri urdin stanno facendo il miglior campionato dal secondo  posto di Kovacevic e Nihat del 2003.

Con 13 punti di ritardo sull'Atletico Madrid, il terzo posto è ormai una chimera, ma per tornare in Champions dopo dieci anni, gli eredi di Kovacevic e Nihat possono bastare!

Davide Bernardi
@DavideBernardi6 on Twitter

MESSI A TACERE: IL MILAN CEDE DI SCHIANTO A UN BARÇA PERFETTO

I ROSSONERI CADONO 4-0 AL CAMP NOU E SALUTANO LA CHAMPIONS: BLAUGRANA INCONTENIBILI PER LA SQUADRA DI ALLEGRI

Sognare è bello. Farlo, non costa nulla. Spesso e volentieri, però, gli incubi capitano e rischiano di lasciare il segno. Per una notte o (si spera il contrario) per più tempo.

Ha sognato, il Milan. Una qualificazione storica, un’autentica impresa: eliminare il Barcellona, probabilmente la squadra più forte al mondo. Ha sognato per 90 minuti a San Siro, venendo poi bruscamente risvegliato da un incubo chiamato Barça. Impossibile ieri, per gli uomini di Allegri, contenere la straripante voglia di remuntada dei catalani, partiti subito a mille e in grado di annullare il vantaggio conquistato all’andata dal Milan già al termine della prima frazione di gioco.

Senza scampo. I rossoneri non sono mai riusciti concretamente a ripartire e a far male a un Barça inarrestabile, sempre pronto a recuperare palla e stabilmente accampato nella metà campo milanista. Si era parlato di un Messi inesistente all’andata, mai in gol su azione contro le italiane: buon motivo per smentire tutti in 40’. La Pulga ieri è stato semplicemente incontenibile, perfetto come la serata del Barcellona.

Serata che sarebbe potuta cambiare se Niang, involatosi davanti a Valdés dopo un clamoroso errore di Mascherano, avesse colto il momentaneo 1-1 al posto di centrare il palo. Lasciando poi spazio al più classico Gol sbagliato, gol subito firmato Messi. Con i se e con i ma, tuttavia, non si va da nessuna parte: contano i fatti. Il Barça, dopo essere stato inesistente all’andata, si è ampiamente rifatto nella gara di ritorno, conquistando con merito la qualificazione.

Il Milan avrebbe indubbiamente potuto fare qualcosa in più. Come giustamente sottolineato da Massimo Ambrosini a fine partita, l’approccio al match non è stato certamente dei migliori. Risulta inevitabile, in ogni caso, ammettere i maggiori meriti della squadra blaugrana rispetto ai demeriti di un Milan che contro il vero Barcellona ha potuto davvero poco: complice prestazioni poco esaltanti come quelle di Boateng e Montolivo ed errori pesanti di Ambrosini e Constant, per i rossoneri è stato impossibile arginare lo tsunami Barça.

La delusione, ovviamente, resta: il Picasso Allegriano dipinto dai rossoneri nella gara di San Siro aveva lasciato grandi speranze, svalutatesi di fronte a un’opera assoluta di calcio moderno targato Barça. Giusto, tuttavia, ricordare l’enorme progresso compiuto dagli uomini di Allegri da inizio stagione ad oggi: da una partenza traumatica, con una preoccupante permanenza nelle zone basse della classifica, ad una ripresa pazzesca, grazie ad una rimonta che ha portato i rossoneri a due sole lunghezze dal secondo posto. In mezzo, quell’esaltante successo proprio contro il Barça, destinato a rimanere solo un bel ricordo. Di un gruppo che è cresciuto, maturato e che ora deve pensare al presente: il secondo posto è a un passo. La sfida al Palermo anche. Per risvegliarsi da un incubo chiamato Barcellona.

Simone Nobilini
(@SimoNobilini on Twitter)

IN THE BOX: CHE COUTINHO! IL BRASILIANO HA GIÁ STREGATO LIVERPOOL. E L’INTER LO RIMPIANGE…

IL BRASILIANO É IL NUOVO IDOLO DI ANFIELD: PERFETTA L’INTESA CON SUÁREZ. SICURI CHE A STRAMACCIONI NON SAREBBE SERVITO?

Nessun rimpianto, nessun rimorso. Cuffie in testa, Max Pezzali e gli 883 in riproduzione nel lettore mp3. Avranno provato in questo modo, Massimo Moratti e lo staff dirigenziale dell’Inter, a convincersi sulla convenienza o meno della cessione di Philippe Coutinho al Liverpool? Difficile. Pressochè impossibile. Soprattutto quando sono i fatti a dimostrare il contrario…

Scontato aprire il capitolo trequartisti: se su Sneijder le indicazioni erano abbastanza chiare, con l’olandese ormai palesemente intenzionato a cambiare aria a causa del mancato feeling con la società, non si può certo affermare lo stesso riguardo alla situazione dell’ex numero 7 nerazzurro. Preso a 16 anni dal Vasco da Gama, giunto in prima squadra a 18 e progetto interessante sul quale lavorare e puntare. Le direttive dai piani alti di via Durini, tuttavia, sono cambiate in un attimo…

Inizialmente ritenuto troppo acerbo, Coutinho viene spedito in prestito per metà stagione all’Espanyol con risultati tutt’altro che disprezzabili: 16 presenze, 5 reti. Tornato alla base, sembra essere finalmente giunto il suo momento: maglia da titolare e gol nella prima di campionato a Pescara, buone prestazioni nei seguenti match. La fortuna, tuttavia, gli volta le spalle: nel match di Europa League contro il Partizan si frattura la tibia. La sua avventura in maglia nerazzurra, sostanzialmente, finisce lì: Moratti, a gennaio, decide di accettare l’offerta da 12 milioni di euro dei Reds per il suo giovane talento brasiliano, sacrificato per poter permettere l’acquisto di quel regista che a Stramaccioni tanto manca, individuato nell’altrettanto futuribile Mateo Kovaĉić. Cou tuttavia, grazie anche alla contemporanea cessione di Sneijder, avrebbe certamente avuto più opportunità per esprimere il proprio talento.

Talento del quale Anfield Road si è già innamorato, dopo sole 4 partite giocate: gol al debutto contro lo Swansea, 2 assist forniti e tanta qualità a disposizione dei compagni, Suárez in primis. Casualità o no, con il suo arrivo il Liverpool ha cambiato marcia, infilando 3 vittorie consecutive in Premier. E Brendan Rodgers, tecnico che lo ha voluto fortemente, si è espresso sul suo numero 10 così: ”Avrà anche solo 20 anni, ma ha una tecnica straordinaria e una potenza di tiro incredibile”.

I tifosi interisti lo rimpiangono, Max Pezzali (probabilmente) compreso. E l’ex leader degli 883 una colonna sonora da suggerire a Moratti per la cessione di Coutinho la avrebbe. Come mai…?

Simone Nobilini
(@SimoNobilini on Twitter)

lunedì 11 marzo 2013

DALL'OLIMPICO ALL'OLIMPICO, LA RIVINCITA DI VIVIANO

NELLO STESSO STADIO E NELLA STESSA PORTA IN CUI AVEVA PERSO I GUANTI DA TITOLARI, VIVIANO SI PRENDE LA SUA RIVINCITA

Ci è capitato più volte di raccontarvi quanto strano ed imprevedibile sia il calcio. E ancora una volta, per introdurre il protagonista di questo pezzo, è necessario ribadire questo concetto.
Se per l'editoriale sulla Juve è stato opportuno partire dalla fine, in questo caso è meglio andare con ordine e rispettare l'andamento cronologico degli eventi.

Era il l'8 dicembre 2012, all'Olimpico andava in scena un Roma-Fiorentina importante per le ambizioni di entrambe le squadre. La partita finì 4-2 per i giallorossi e tra i protagonisti in negativo ci fu Emiliano Viviano, portiere dei viola palesemente colpevole su almeno due delle quattro reti dell'allora banda di Zeman.
In primo luogo sul vantaggio romanista firmato Castan; il difensore giallorosso su una punizione di Totti, davanti alla porta schiacciò di testa un pallone sul quale Viviano, forse ingannato proprio dal rimbalzo, non intervenne. E Successivamente sul terzo gol della  Roma. Totti prende palla sui venti metri e scaraventa una fucilata in porta. Il portiere viola è tutt'altro che irresistibile e la palla si insacca.

Quel giorno, il "figlio della Fiesole" perse il posto a favore del giovane Neto. Poi un periodo certamente non facile. La storia d'amore (in campo) con la maglia viola sembrava poter finire pochi mesi dopo il matrimonio. A gennaio infatti si parlò di una possibile, ad un certo punto quasi probabile, cessione proprio alla Roma.
Alla fine ci si mise anche la sorte e l'inesperienza di Neto. Il giovane portiere brasiliano collezionò un errore dietro l'altro. Viviano riacquistò punti giorno dopo giorno nelle gerarchie di Montella e nella gara casalinga con il Parma del 3 febbraio scorso viene riproposto titolare. La Fiesole lo (ri)accoglie con lo striscione "Uno di Noi" e lui risponde con due grandi interventi sulle conclusioni ravvicinate di Belfodil e Sansone.
Da quella partita, Viviano non ha più lasciato i pali della Viola, risultando spesso provvidenziale per le vittorie della truppa di Montella, come ieri sera.
Proprio a proposito del concetto col quale abbiamo aperto il pezzo, Viviano, nello stesso stadio e nella stessa porta che gli aveva tolto i guanti da titolari, ha consolidato una vittoria quanto mai importante per la Fiorentina, confermando ancora una volta tutto il talento che già Prandelli aveva visto in lui. Parata plastica su una punizione di Hernanes e nei minuti finali parata decisiva su Floccari.
Eh si, il calcio a volte è proprio imprevedibile.

Davide Bernardi
@DavideBernardi6 on Twitter

IN THE BOX: GABRIEL AGBONLAHOR, L'AGO DELLA BILANCIA DEI VILLANS


VI PARLIAMO DELL'ATTACCANTE ANGLO-NIGERIANO, PROTAGONISTA DELLA RIMONTA DEI VILLANS

Il gol di Agbonlahor, attaccante dell’Aston Villa, contro il Sunderland è solo il quarto in venti partite di Premier (1502 minuti di utilizzo, un gol ogni 375 minuti). 
Per il centravanti inglese cresciuto nelle giovanili degli stessi Villans, questa poteva essere la stagione del rilancio. 

A parte una stagione in prestito infatti (il 2005/06, in cui ha giocato 2 partite col Watford e 8 con lo Sheffield), l’anglo-nigeriano ha sempre vestito la maglia claret and blue della squadra di Birmingham. 
Il bottino di gol è sempre cresciuto negli anni: un gol il primo anno, nove il secondo, due stagioni da undici e una da tredici gol. Arriva anche la chiamata in nazionale per volere di Fabio Capello, che gli concede tre apparizioni. 
Il 2011 è costellato di problemi muscolari (bicipite femorale), che gli fanno saltare 12 partite e non lo lasciano giocare al meglio neanche quando è in campo. A questo si aggiungono le incomprensioni tattiche con l’allenatore Gerard Houllier e chiude l’annata con 3 gol totali. In estate l’Aston Villa cambia allenatore, e con Alex McLeish ritorna la vena realizzativa di Agbonlahor, che in sole cinque partite realizza gli stessi gol di tutto l’anno precedente. Sembra tornato tutto a posto, ma la brutta notizia della leucemia del capitano Stilijan Petrov si abbatte sulla squadra, che perde un giocatore simbolo sia in spogliatoio che in campo. La mancanza di un raccordo tra centrocampo e attacco come il bulgaro grava sulle capacità offensive della squadra, e i gol saranno i grandi assenti del girone di ritorno dei Villans. 
Agbonlahor viene insignito della fascia da capitano in assenza di Petrov, chiude l’anno con 5 gol e 7 assist e si prepara a un 2012-13 da protagonista. 

Nella preparazione estiva, però, si stira il legamento collaterale mediale e il suo debutto slitta di un mese. Perde anche la fascia di capitano, ovviamente, e al ritorno in campo, il nuovo allenatore Paul Lambert lo vede come ala più che come centravanti (è infatti dotato di uno scatto devastante e in situazioni di partita è stato calcolato che ha più volte fatto i 100 metri in meno di 10 secondi). Agbonlahor a malincuore accetta. Le medie realizzative si abbassano notevolmente. Per il primo gol bisogna aspettare il 19 novembre e resterà l’unico in tutto il girone d’andata. La stagione va male per la squadra di Birmingham e tra dicembre e gennaio si infortuna di nuovo Agbonlahor. In sua assenza la squadra crolla: arrivano lo 0-8 col Chelsea, lo 0-4 col Tottenham e lo 0-3 col modesto Wigan e viene risucchiata in relegation zone. 

A gennaio torna in campo da titolare, da centravanti, e trova subito il gol contro il West Bromwich: è l’inizio della rinascita, per Gabriel e per la squadra. Arrivano 9 punti nelle successive 8 partite (con due sconfitte di misura contro Arsenal e Manchester City) e Agbonlahor contribuisce con 3 gol e 1 assist a questo sprint-salvezza. Con la vittoria di sabato sul Reading, i Villans si portano a +3 sul Wigan terzultimo. Con una certezza: quando Agbonlahor ha segnato, quest’anno l’Aston Villa non ha mai perso.



Valerio Brutti

"BUNDES E CRAUTI": IL PUNTO SUL CAMPIONATO TEDESCO

TITOLO GIA' IPOTECATO DA PARTE DEL BAYERN, CHE VOLA A +20 SUL DORTMUND SECONDO. GLI UOMINI DI KLOPP CADONO 2-1 NEL DERBY DELLA RUHR

Discovery Football da questa settimana vi terrà aggiornati costantemente su risultati, classifiche, news e talenti della Bundesliga. Un campionato in continua ascesa che grazie al “progetto tedesco” e agli stadi pieni sta scalando posizioni anche nel ranking Uefa.

La 25esima giornata di Bundesliga vede il Bayern vincere in rimonta contro il Fortuna Dusseldorf e vola a più venti sul Borussia Dortmund, prima inseguitrice, che cade in casa dello Shalike 04 sotto i colpi di Draxler e Huntelaar. Il fanalino di coda Greuther furth perde in casa lo scontro diretto per la salvezza contro l’Hoffeneim.

La 25esima giornata si è aperta con l’anticipo serale del venerdì che ha visto trionfare il Numberg in casa dell' Augsburg, terzultima in classifica a -7 dal Dusserdorf.
Il consueto sabato di campionato vede altre due squadre vittoriose fuori casa: l’Hoffenheim e il Wolfburg. Mentre le squadre che occupano una posizione di classifica “tranquilla” si sono accontentate di un pareggio; il Borussia  Moenchengladback fa 1 a 1 con il Werder Brema, mentre il Hannover 96 e Frankfurt non vanno oltre lo 0a0.
Il Bayern Monaco schiacciasassi va sotto per due volte contro il Fortuna, ma riesce a rimediare nel primo tempo con il solito Muller, poi nella seconda frazione pareggia con Ribery e nel finale Boateng firma il gol del sorpasso che fa esplodere un Allianz Arena mai sazia. I bavaresi chiudono di fatto il campionato, ora che si trovano a +20 sul Borussia Dortmund, fermato dallo Shalke 04 e apparso provato dalle fatiche di Champions League; le reti sono state messe a segno da Draxler (di cui vi abbiamo già ampiamente parlato http://discoveryfootball.blogspot.it/2013/02/luder-21-che-vorrei.html?spref=fb) e Huntelaar vecchia conoscenza del calcio italiano.

Con a disposizione 27 punti il campionato tedesco si avvia ad una soluzione ovvia, gli uomini di Heynckes sono troppo forti per chiunque: oltre ad un attacco micidiale che porta al gol quasi tutti i giocatori presenti in rosa, sembra la difesa l’arma principale dei bavaresi: solamente 10 gol subito fino ad ora, un record. Uno dei tanti che la squadra di Monaco di Baviera è riuscita a fare suo, tra gli altr: le prime otto giornate di campionato tutte vittoriose e il distacco abissale a questo punto del campionato, mai nessuna squadra tedesca era riuscita a fare meglio. Robben&Co. sono ancora in corsa sui tre fronti, avendo conquistato la finale della coppa di Germania e avendo ipotecato il passaggio ai quarti di Champions vincendo 3 a 1 a Londra contro l’Arsenal.
In caso di triplete sarebbe curioso vedere come Guardiola riuscirà a gestire una squadra che arriva da un’annata così entusiasmante, ma forse il giovane allenatore catalano ci ha già pensato, avendo già fatto pervenire ai dirigenti tedeschi una “lista della spesa” e una lista di calciatori da epurare perché non adatti al suo gioco.
Uno dei “tagliati” eccellenti sarebbe il bomber di origini spagnole Mario Gomez che a causa di molteplici infortuni quest’anno non sta rendendo come le passate stagioni.
La seconda sconfitta in 4 giorni dello Stoccarda contro l’Amburgo chiude la 25esima giornata e la fa precipitare al 14esimo posto, il distacco di 8 punti sulla terzultima non può lasciare tranquilli i bianco rossi che la prossima giornata se la vedranno contro un Frankfurt in odore di Champions.




Giammarco Bellotti
@Giambellotti on Twitter

EDITORIALE JUVE: A DISTANZA DI 11 MESI, GIACCHERINI COME BORRIELLO

PROPRIO COME A CESENA, UN GREGARIO E' "LO SPOT DI QUESTA JUVE"

Come non partire dalla fine, come non partire da quello che Conte definisce lo "spot della Juve". Il fischio finale è arrivato da poco, i giocatori si salutano al centro del campo. L'allenatore bianconero va da Giaccherini, scappellotto nella nuca e abbraccio fraterno che scatta immediato.
Nel giorno in cui le sue stelle hanno deluso un po', la Juve si appoggia ai gamboni di Pogba e alla spalle (nemmeno troppo larghe) di Giaccherini; i cosiddetti "uomini di Conte", quelli che  non sempre possono contare su un ampio minutaggio e a cui quindi non resta che farsi trovare pronti quando il tecnico leccese decide di affidarsi a loro.

 Eppure, guardando e rigurdando i novanta minuti e i cinque seguenti la partita, la sensazione di aver già assistito a scene assai simili rimane, eccome.
Poi il lampo! 25 aprile 2012, Cesena - Juve. I Bianconeri, in rosa per l'occasione non riescono a sbloccare la partita. Come ieri il dato del possesso palla è altissimo, più del 62 %, ma gli uomini di Conte non riescono proprio a passare. Poi a pochi minuti dalla fine, su un pallone sporco si avventa l'uomo forse più contestato della rosa della Juve, Marco Borriello. L'attaccante napoletano, sempre sostenuto da Conte e un po' meno dalla tifoseria, segna e fa 60 metri di corsa per abbracciare l'uomo che più l'ha voluto a Torino.
Juve ancora a +3 dal Milan e gol che anche oggi viene ricordato come quello che insieme alla punizione di Del Piero con la Lazio ha regalato lo scudetto alla Juve.

Le analogie con la gara di ieri se ci pensate sono molte. La gara bloccata, l'imprecisione dei bianconeri nelle rare occasioni da gol concesse dal Catania e la rete nei minuti finali dell'antagonista dei top players.
Tutte le difficoltà trovate dalla capolista non si possono ovviamente attribuire all'impegno settimanale di Champions. In parte forse, ma i meriti della formazione di Maran sono palesi. Squadra corta e molto molto compatta. Distanze tra i reparti ridotte al minimo e meccanismi ormai oliati per una società che pur cambiando tre allenatori in tre anni, ha saputo mantenersi su standard molto alti, proponendo sempre un ottimo calcio, diverso nelle tre stagioni, ma comunque di ottima qualità.
A Stramaccioni, che magari non ha visto la suddetta partita, consigliamo di prendere spunto dall'atteggiamento tattico dei siciliani.

Complice l'ordine dell'undici di Maran, la Juve ha forse sofferto la mancanza di Vidal. L'assenza del cileno squalificato ha infatti frenato gli inserimenti di Marchisio, mentre Pogba, per distacco il migliore in campo, non ha nelle sue caratteristiche principali l'infilata alle spalle dei difensori avversari e anche per questo, soprattutto nel primo tempo, la Juve ha sbattuto più volte contro la Maginot rossazzurra.
In una partita molto bloccata, la Juve non ha saputo vincere i duelli individuali sulle fasce, dove Asamoah, anche per ammissione dello stesso Conte, è apparso ancora appesantito dagli impegni di Coppa d'Africa e Lichtsteiner ha avuto una delle sue giornate in cui fa un po' quello che vuole, tanto che Padoin è stato mandato a scaldarsi dopo appena 25 minuti.
Giusto per non smentirsi, dopo la buona prestazione di Napoli, Giovinco ci ha forse regalato la sua peggior partita da quando (ri)veste il bianconero. Molti appoggi sbagliati e una frustrazione che lo ha portato spesso a commettere vari falli inutili.

Con dieci punti di vantaggio a dieci giornate dalla fine, la faccia sorridente di Giaccherini, "spot di questa Juve", potrebbe diventare anche lo spot del campionato.

Davide Bernardi
@DavideBernardi6 on Twitter



domenica 10 marzo 2013

L'EDITORIALE DI PADOVAN: L'INTER CROLLA, LA CORSA AL TERZO POSTO È APERTISSIMA

CADONO INTER E LAZIO, IL TERZO POSTO E' ANCORA RAGGIUNGIBILE PER TUTTI

Non so se sia più grave la crisi di Stramaccioni, quella di Mazzarri o la mia.
Dopo l’illusione di Catania, di saper domare almeno i secondi tempi, l’Inter ha perso prima a Londra e poi in casa con il Bologna: due sconfitte in tre giorni equivalgono ad un tracollo, visto che l’Europa League è compromessa e il terzo posto si allontana.
Continuando così l’Inter può arrivare sesta. Colpa dell’allenatore? Anche, ma prima di lui la responsabilità è dei dirigenti che non dirigono e soprattutto forniscono giocatori molto costosi, ma poco utili. Quando Moratti sostituirà lo sprezzante Branca, sarà sempre troppo tardi.

Il Napoli perde a Verona contro il Chievo e patisce l’allungo della Juve a tempo scaduto: da -7, che era già un ritardo pesante, a -9, che poi sarebbero -10. Quasi un disastro.
Cavani non segna neanche su rigore, ma il problema è che la squadra si è piantata, va più lenta di quando giocava le gare infrasettimanali di Europa League, sono scomparse le idee di gioco, non c’è un modo per determinarsi lo spazio davanti.

La mia crisi è strettamente correlata a quella dei napoletani: avevo previsto che avrebbero battuto la Sampdoria e l’Udinese raccogliendo sei punti, invece ne hanno fatti due. Allora ho dato per scontato che con il Chievo ne avrebbero colti tre, avvicinando addirittura la Juve che, sempre secondo me, non avrebbe battuto il Catania. Non per altro, ma perché dopo la Champions le capita sempre di avere difficoltà.
Va da se che guardando i risultati ne ho azzeccate poche e limitandosi alle prestazioni, ancora meno. Adesso sì il campionato lo può perdere solo la Juventus se si spolmona in Champions e perde qualche scontro diretto. Ma un Napoli così non arriva nemmeno secondo.

Con la Juve che pareggiava, ho pensato per mezzo pomeriggio che potesse rientrare il Milan: nove punti (ora sono undici) erano tanti, ma non troppi per chi avesse Galliani come plenipotenziario e contemporaneamente vice-presidente di Lega. Allegri ha fatto i miracoli, ma Galliani ha moltiplicato i favori.

La Lazio, battuta a domicilio dalla Fiorentina, ha perso il suo effetto sorpresa. E’ la solita storia: da Reja a Petkovic sembra sempre che i biancocelesti debbano spaccare il mondo e poi, al massimo, finiscono in Europa League. Quella, però, la giocano seriamente al contrario delle altre italiane.
Forse di fronte ad una Fiorentina così brillante la Lazio avrebbe perso ugualmente, di sicuro però si fa fatica a sostenere due impegni ravvicinati (e lo stesso discorso vale per l’Inter).
Il terzo posto è lì, buono per tutti i gusti, neanche la Roma può dirsi esclusa. Peseranno gli scontri diretti e le energie residue.

Giancarlo Padovan
@Gia_pad

UDINESE-ROMA: "TOTTI-FALSO NUEVE" NON BASTA, MURIEL FERMA LA ROMA

TOTTI IN GRANDE SPOLVERO DA PRIMA PUNTA, MA I GIALLOROSSI RALLENTANO

Formazioni speculari e un 1-1 che non fa contento nessuno.
Guidolin e Andreazzoli avevano sorpreso un po' tutti rispetto alle indiscrezioni della vigilia: abbandono del tanto caro 3-5-2 tra i friulani, con il tridente tutto fantasia Di Natale, Muriel Maicosuel; tra i giallorossi invece, fuori Osvaldo con Lamela e Florenzi alle spalle di Totti prima punta. Il tecnico subentrato a Zeman riprende un principio Spallettiano, schierando l'ottavo re di Roma nel ruolo che nel 2007 gli portò la scarpa d'oro dopo i 26 gol in campionato.

La scelta del tecnico giallorosso sembra pagare, soprattutto nel primo tempo: Totti agisce da lontano, da Falso Nueve. Si viene a prendere palla a centrocampo, dove da una mano anche in fase di ripiegamento, si gira e distribuisce palloni. La robotica difesa friulana, composta da Domizzi, Danilo e Heurtaux, certamente non tre fulmini di guerra, non trova punti di riferimento con cui fare a botte e va spesso in difficoltà sugli inserimenti dei maratoneti Florenzi e Lamela.

Il capitano romanista non sbaglia un palone e illumina una partita piuttosto bruttina, complice anche un terreno zuppo di pioggia che ha incoraggiato gli errori di entrambe le squadre.
Il 10 giallorosso mascherato da 9 è la fonte di tutte le azioni romaniste, da i suoi piedi infatti partono le occasioni di Florenzi, da cui poi nasce anche l'1-0 di Lamela.

L'Udinese, non abituata a giocare a 4 in mezzo e a sopportare la presenza del tridente, è spesso andata in affanno a centrocampo, con il risultato di trovarsi con i reparti lontani e di conseguenza con la squadra poco compatta e a rischio imbarcate.
Curioso che a rimettere in piedi la partita ci abbia pensato Muriel, che fino al momento della giocata (da campione!) del pareggio aveva fatto poco e niente.

Tornando ai giallorossi, fa specie vedere in quanto poco tempo la Roma abbia cambiato mentalità e atteggiamento in campo. Nell'edizione zemaniana, i capitolini vivevano di vampate improvvise, ma anche di cali piuttosto difficili da prevedere e giustificare: giochi pirotecnici quando Zemanlandia ne dava quattro al Milan, un Lunapark abusivo quando i quattro all'Olimpico li segnava il Cagliari.
La Roma di Andreazzoli è l'esatto opposto: corta (quasi sempre), compatta, in sintonia tra un reparto e l'altro e soprattutto in grado di soffrire senza cadere, vedi proprio la partita di ieri sera e/o la vittoria nella neve di Bergamo.
In attesa che Osvaldo si ritrovi (clamoroso il suo errore davanti alla porta al 90'), ricorrere a Totti Falso Nueve può essere un'idea, soprattutto contro difese rocciose e chiuse come quella dell'Udinese.
Dopo il pareggio di ieri, la rincorsa della Roma al terzo posto, ora distante sette punti, si fa più difficile. Ai giallorossi non resta che affidarsi al suo 10 mascherato da 9 (come sempre!).

Davide Bernardi
@DavideBernardi6 on Twitter

sabato 9 marzo 2013

IL MILAN SUONA LA DECIMA DI BEETHOVEN: PAZZINI E BALOTELLI GELANO MARASSI

DECIMO RISULTATO UTILE CONSECUTIVO PER I ROSSONERI, CHE VOLANO A -2 DAL NAPOLI E SI PREPARANO ALLA SUPERSFIDA DI MARTEDI’ CONTRO IL BARCELLONA. GRIFONE INFURIATO CON L’ARBITRO DAMATO PER DUE RIGORI NON CONCESSI

Detto, fatto. Prima o poi, qualcuno la decima sinfonia di Beethoven avrebbe dovuto completarla, pubblicarla, suonarla. E così è stato. Destino ha voluto che fosse proprio il Milan, reduce da nove sinfonie (pardon, risultati utili) consecutive a finalizzare l’opera: Genoa battuto, Marassi espugnato, terzo posto consolidato.

Nonostante una prestazione tutt’altro che scintillante, resa ancor più complicata da un terreno di gioco in condizioni ben lontane dalla decenza, la squadra di Allegri è comunque riuscita a portare a casa 3 punti di fondamentale importanza. Spesso troppo passivi, anche precedentemente all’inferiorità numerica causata dall’espulsione di Constant, i rossoneri hanno lasciato per lunghi tratti il pallino del gioco nelle mani della squadra di Ballardini, incapace tuttavia di recare grandi pericoli alla porta difesa da un Abbiati sicuro nelle uscite e nelle due uniche occasioni in cui è stato impegnato.

Nel complesso, è stato un match nervoso, infiammatosi a partire da un intervento tanto gratuito quanto dannoso di Portanova ai danni di Pazzini: il Pazzo, tuttavia, non ha dimenticato il suo particolare feeling con l’ex difensore del Bologna, rispondendo ai colpi del numero 90 rossoblu e infilzando la retroguardia genoano con un bolide che vale il 13° centro in campionato all’ex Inter e Samp. Nervosismo che cresce dopo due rigori negati al Genoa, con Niang protagonista in negativo in entrambe le occasioni; e che esplode, nella ripresa, con lo scontro faccia a faccia tra Constant e Bovo, che costa al franco-guineano (ingenuo nell’occasione, ma anche colpito da una ditata in un occhio tutt'altro che involontaria) un cartellino rosso meritato ma non assegnato, qualche minuto prima, per falli duri e reiterati a Portanova, Granqvist e forse Bertolacci. Caos arbitrale. DAmatoriale.

Sugli scudi, su tutti, Cristian Zapata: il colombiano, perfetto in fase difensiva, si è concesso anche il lusso di servire un assist al bacio per il raddoppio di Balotelli, al 5° gol in altrettante partite giocate. Bene anche Flamini, vicino al gol in un paio di occasioni e utilissimo in fase di interdizione.

Ciò che tuttavia preoccupa, in una serata positiva come quella di Marassi, sono le condizioni di Pazzini e Mexès in vista del delicatissimo impegno di Champions contro il Barcellona: il Pazzo lamenta una contusione al ginocchio, per lui si teme addirittura una microfrattura e quasi certamente salterà l'impegno del Camp Nou; il francese, invece accusa un indurimento al polpaccio. Infortuni che non ci volevano e con i quali lo staff medico del Milan dovrà fare i conti in breve tempo, sperando di poter recuperare almeno l'ex Roma, parte dell'undici titolare che all’andata ha schiantato i blaugrana a San Siro.

Da domani, testa al Camp Nou. All’Europa del presente. Per quella del futuro e per la ripartenza del volo verso la qualificazione in Champions, l’occasione giusta per parlarne sarà il prossimo impegno casalingo con il Palermo. Il Barcellona grida vendetta, il Milan vuole aggiungere prestigio alla sua collezione d’arte: dopo la decima di Beethoven, un doppio Picasso. Come quello dipinto da Allegri in occasione della gara d’andata.

Simone Nobilini
(@SimoNobilini on Twitter)

venerdì 8 marzo 2013

L'EDITORIALE DI PADOVAN: IL MILAN PREPARA LA SFIDA CON IL BARCELLONA. VINCE DIFENDENDOSI.

I ROSSONERI PASSANO A MARASSI E SI APPRESTANO AD AFFRONTARE LA SFIDA DELL'ANNO

Partiamo dalla moviola. Non c’erano 4 rigori per il Genoa come dice Portanova, ma 2 sicuri si: un colpo di mano di Niang e una spinta dello stesso giocatore a Granqvist. 

Il resto è stato calcio duro e anche intimidatorio. Bertolacci, per esempio, avrebbe meritato l’espulsione per un fallaccio su Muntari.

Constant il rosso se lo è visto sbattere in faccia (ed era giusto) ma anche il fallo di Bovo è stato violento.

Il Milan vola, adesso è a due punti dal Napoli, rafforza il terzo posto e guarda a Barcellona con motivata fiducia. Forse in Catalogna non ci sarà Pazzini, centrato alla caviglia da Portanova (altro fallo censurabile) ma la squadra è viva e presente.

Nel furore della battaglia ho visto giganteggiare Zapata, autore anche di un assist sopraffino per Balotelli. Pure Abbiati si è confermato insuperabile e quando non lo è stato ci ha pensato il palo a salvarlo.

Il Milan ha dunque giocato una partita difensiva? Certamente si, ma dal momento in cui è stato espulso Constant. Non so quanto sia stato utile in vista di Barcellona o quanto lo sforzo gli abbia sottratto energie (giocare in 10 contro 11 è sempre un problema). 

Tuttavia, il segnale positivo è quello di una squadra che non ha quasi concesso al Genoa di tirare in porta. Esattamente come successe con il Barcellona a San Siro.

Giancarlo Padovan
@gia_pad on Twitter

NAPOLI: LA GENERAL MOTORS PUO' REGALARE CAVANI ALLO UTD

LA PARTNERSHIP TRA IL COLOSSO AMERICANO E I RED DEVILS POTREBBE STRAVOLGERE GLI SCENARI DEL MERCATO EUROPEO

La recente notizia della rottura tra Rooney e Ferguson e quindi della possibile, per non dire probabile, partenza del talento inglese a fine stagione, ha fatto infiammare un mercato ancora ben lontano dai giorni caldi della sessione estiva.
In poche ore è partito un’ampia congettura di ipotesi sulle possibili prossime destinazioni dei migliori bomber europei.       

Tralasciando l’indiscrezione dei soliti problemi dello stomaco di Ibrahimovic, forse poco incline alla cucina tutta escargot e omelette (sì, sarà sicuramente per quello!) della Ligue 1, e in attesa che, (se fosse vero) lo svedese trovi l’ennesima squadra del suo cuore e dei suoi sogni, le suddette voci di trasferimento hanno coinvolto anche giocatori e squadre della nostra serie A. Vogliamo soffermarci in particolare  sul futuro di Edinson Cavani, la cui partenza da Napoli è al centro del gossip di mercato da ormai un anno.

De Laurentiis, più che blindarlo, con la clausola di 63 milioni di euro, vista la possibilità economica dei vari sceicchi, ha messo sulla testa del Matador una sorta d’assicurazione, fissando implicatemente il prezzo del proprio campione.        
       
Il presidente della squadra partenopea fece lo stesso con Lavezzi e la strategia gli diede ragione: 31 milioni chiese e 31 milioni gli diedero, guarda caso proprio un petro-milionario.                                      
Tra le possibili destinazioni di Cavani, si parlò prima del Real, che lo vorrebbe per sostituire l’eventuale partenza di Higuain, poi negli ultimi mesi le pretendenti più accreditate sono diventate il City e il Chelsea. Nel primo caso le osservazioni da fare sono due e di non poco conto: in primo luogo sarà necessario attendere il futuro di Mancini, innamorato del Matador da tempi non sospetti e per niente sicuro di essere confermato, nonostante l’Etihad lo glorifichi ogni domenica per aver riportato nella Manchester biancazzurra la Premier che mancava da 44 anni. Sulla testa del Mancio però pesano le due eliminazioni consecutive già nei gironi di Champions, nonostante la squadra fosse stata progettata per arrivare in fondo. E in secondo luogo la partenza di Edin Dzeko nel caso dell’effettivo acquisto di Cavani. Inter e Milan rimangono con gli occhi aperti, ma sembra che il bosniaco preferisca tornare in Germania, magari a sostituire al Borussia l’uscente Lewandowski (destinazione Bayern).

Per quanto riguarda invece la destinazione Chelsea, Cavani avrebbe sicuramente meno concorrenza, visto il rendimento piuttosto deludente di Torres e il nome di Demba Ba, sicuramente non di primissima fascia.

E fin qui, niente di nuovo direte voi. In realtà i media nostrani hanno poco considerato un possibile terzo in comodo che potrebbe recitare un ruolo in portante in quest’asta: il Manchester United di Sir Alex Ferguson.                   
                                                                
I fattori che ci fanno pensare in questa direzione sono vari  e secondo noi piuttosto fondati: dopo l’esclusione col Real, i tabloid britannici sono impazziti, gridando alla fine del tempo di Rooney all’Old Trafford, considerando anche i precedenti di Beckham nel 2003 e Van Nistelrooy nel 2006. Il baronetto ci ha già abituato negli anni a cessioni importanti, sempre rimpiazzate con giocatori di livello. Così avverrebbe dunque anche per il caso Wazza, dalla quale cessione Ferguson spera di ricavare dai 25 ai 35 milioni di euro. Questi soldi, ma non solo, verrebbero reinvestiti proprio su Cavani, che rispetto a Rooney, il Daily Telegraph ha definito “Younger, in better form and with brighter future”. Mica male come inizio.

A farci credere che alla fine a spuntarla potrebbe essere proprio Ferguson si aggiungono i 559 milioni di motivi che la General Motors verserà a partire dal 2014-15 per i successivi sette anni nelle casse del Manchester United. Più i 37 per la stagione in corso e altrettanti per la prossima, un accordo monstre che farà crescere il fatturato del club di Malcolm Glazer del 120%.                               
                     
Si capisce immediatamente come la clausola di Cavani a 63 milioni, con l’aggiunta dei soldi della cessione di Rooney, più quelli (in parte) risparmiati dalle 300 mila sterline a settimana del suo ingaggio, è facilmente raggiungibile ed ammortizzabile.  Giusto per non farsi mancare proprio niente, vi ricordiamo il nuovo possibile accordo che i Red Devils potrebbero firmare con Nike, già in possesso del totale merchandising targato United, grazie all’accordo firmato nel 2001, che prevede 303 milioni di euro più il 50% del ricavato dalle vendite degli store.

Negli ultimi giorni, come possibile obiettivo di Ferguson si è fatto anche il nome di Luis Suarez. L’attaccante uruguayo, complici rapporti storicamente poco cordiali tra le due società e il precedente di razzismo con Evra, secondo noi, difficilmente potrà andare allo Utd, seppur va detto che quando si parla di sterline, in Inghilterra non siano poi così schizzinosi.

Ferguson sta lavorando sotto traccia. Sulla clausola rescissoria di Cavani De Laurentiis ha scritto 63 milioni, non che a darglieli debba essere necessariamente uno sceicco!

Davide Bernardi                  
@DavideBernardi6 on Twitter