Idee fresche. Idee nuove.

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Ciao a tutti siamo Davide Bernardi & Nicolò Smerilli, due studenti della Università Cattolica di Milano. Abbiamo deciso di creare questo blog perchè il nostro sogno è quello di diventare giornalisti professionisti e quindi vorremmo farvi sentire le nostre idee. In questo "portale" noi non ci proponiamo di offrirvi novità o notizie che altri non hanno, ma come già detto, darvi la nostra opinione riguardo i maggiori eventi calcistici. Il titolo "DiscoveryFootball" nasce dall'idea di analizzare, proprio come fa il più famoso Discovery Channel, il mondo del pallone. Quindi se vi va di sentire delle voci "nuove" e "fresche", seguiteci! D.B & N.S
Visualizzazione post con etichetta Champions League. Mostra tutti i post
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lunedì 20 maggio 2013

DA TERZI A TERZO: IL MILAN CONQUISTA LA QUALIFICAZIONE CHAMPIONS AL FOTOFINISH

SOTTO DI UN GOL PER UN’ORA A SIENA, I ROSSONERI RISORGONO IN 3 MINUTI GRAZIE A BALOTELLI E MEXÈS, TERMINANDO AL 3° POSTO E OTTENENDO IL PASS PER I PRELIMINARI DELLA MASSIMA COMPETIZIONE EUROPEA

Sembrava uno scherzo del destino. Un gol di Terzi che avrebbe relegato i rossoneri quarti e la Fiorentina sul gradino più basso del podio. Per un’ora abbondante il Milan ha visto gli spettri di un possibile fallimento proprio al momento di varcare la linea del traguardo, dopo un’incredibile rimonta iniziata e completata nel girone di ritorno.

Onore al Siena, già retrocesso e capace di disputare una partita vera, ma il Milan visto ieri al Franchi è stato quasi capace di convincere se stesso di non meritare quel terzo posto tanto rincorso e desiderato. Dopo un buon inizio di partita infatti i rossoneri si sono di colpo adagiati: l’ennesima distrazione su calcio piazzato è costata il vantaggio toscano e, crème de la crème, gol numero 15 subito da palla inattiva dai ragazzi di Allegri. A volte ritornano, oseremmo dire.

Ritorna anche quel Milan pasticcione, confusionario, che si rende pericoloso complessivamente in poche circostanze con Balotelli, Robinho ed El Shaarawy ben neutralizzati da Pegolo. Ritornano le ingenuità, come l’eccesso di foga di Ambrosini che lascia i rossoneri in dieci uomini. Ritorna, però, anche la freddezza di Mario Balotelli, che si procura e trasforma il rigore del momentaneo pareggio. E, su tutti, ritorna anche al gol Philippe Mexès: rete tanto meno bella rispetto alla pazzesca rovesciata indovinata contro l’Anderlecht quanto fondamentale e capace di valere una stagione.

Inutile girarci attorno: la prestazione offerta ieri dagli uomini di Allegri è stata a dir poco insufficiente. Complici le discutibili scelte dell’allenatore livornese, che ha preferito Niang e Robinho (negativi) ad El Shaarawy e Pazzini dal primo minuto, la pericolosità rossonera in area senese è stata più bassa di ciò che ci si aspettasse. Il peso dell’attacco è terminato tutto sulle spalle di Mario Balotelli, bravissimo come sempre a lottare e difendere palloni preziosi e una volta di più decisivo. Da sottolineare anche le prestazioni di Mexès e Zapata: il colombiano è cresciuto partita dopo partita e ha dimostrato di poter meritare il riscatto del cartellino dal Villarreal.

Abbiamo parlato di principesse da conquistare e di voli verso l’Europa che conta: a prescindere da qualsiasi metafora utilizzata, il Milan ha centrato il suo obiettivo. Rischiando, soffrendo, in una partita che è stata quasi lo specchio della stagione rossonera: crollo iniziale : vantaggio senese = rimonta nel girone di ritorno : reti di Balotelli e Mexès che capovolgono il risultato. Proporzione tanto chiara quanto adatta ad un campionato del quale, complessivamente, i tifosi rossoneri possono ritenersi soddisfatti.

A bocce ferme, ora, si parlerà di futuro. A tenere banco saranno il mercato e la questione Allegri: la permanenza del tecnico toscano sulla panchina rossonera è tutt’altro che una certezza. Certezza rappresentata invece da un terzo posto intascato e da un preliminare di Champions dal quale ripartire ad Agosto: con un Milan possibilmente rinforzato e volto ad affrontare una nuova stagione. Preferibilmente, non da montagne russe…

Simone Nobilini
(@SimoNobilini on Twitter)

P.S. : Un ringraziamento speciale al piccolo pubblico che ha sempre letto o dato un’occhiata veloce ai miei editoriali. Gesto tanto piccolo quanto importante e gratificante per me e per il gruppo di ragazzi che lavora a questo progetto. Continuate a seguirci, stay tuned! Abrazo ;) 

mercoledì 24 aprile 2013

TATTICA CHE PARTITA!: BORUSSIA-REAL A SPECCHIO, L'INTENSITÀ FARÀ LA DIFFERENZA!

PER ENTRAMBE LE SQUADRE, LA VELOCITÀ DI FRASEGGIO E IL LIVELLO DI AGGRESSIVITÀ SARANNO DETERMINANTI

Per la rubrica "Tattica che partita!", dopo Bayern-Barca, andiamo ad analizzare i possibili scenari tattici dell'altra semifinale d'andata di Champions: Borussia Dortmund-Real Madrid.

QUI BORUSSIA
Per quanto riguarda i padroni di casa, inevitabile iniziare dalla questione Goetze. I grandi interrogativi della vigilia riguardano sicuramente come la squadra reagirà alla cessione di uno dei maggiori talenti della rosa e come si comporterà il pubblico.
Klopp ha messo le mani avanti, dicendo di volere al Westfalen solo tifosi pronto a sostenere i suoi giocatori. Staremo a vedere..
Per quanto riguarda la formazione invece, il mago biondo (o presunto tale) schiererà quella titolare, con un'unica possibile eccezione: ne Bender ne Kehl sono al meglio, possibile quindi che dal primo minuto parta l'ex della gara Nuri Sahin.

QUI MADRID
Nel caso del Real invece, dubbi non ce ne sono, Mourinho infatti durante la conferenza stampa ha tranquillamente comunicato la formazione che scenderà in campo: Ramos torna a destra e al centro in difesa giocano Varane e Pepe. In avanti invece, preferito Higuain a Benzema.

Arriviamo dunque alla partita. Le due squadre giocheranno a specchio: 4-2-3-1 per entrambe.
Moduli uguali ma non faccamoci ingannare, i modi d'interpretazione sono assai diversi. Mentre gli uomini di Klopp fanno partire l'azione quasi sempre direttamente dalla linea difensiva, sfruttando le abilità d'impostazione di Matt Hummels, nella manovra madridista invece il vero faro è Xabi Alonso che, seppur col sostegno di Khedira, gestisce tempi e spazi.
Differente anche la maniera di attaccare: se i terribili ragazzi tedeschi fanno della duttilità e dell'interscambiabilità le loro armi vincenti, gli uomini di Mourinho preferiscono affidarsi alle individualità, vista la grande abbondanza di cui dispongono. Gran Parte delle sortite offensive infatti dipendono dalle intenzioni di C.Ronaldo da una parte e di Di Maria dall'altra.

Le statistiche raccontano che probabilmente il Borussia Dortmund (media del 47%) lascerà il possesso palla ai blancos (media del 52%) per sfruttare la velocità dei suoi fantasisti nelle ripartenze.
Per il  Borussia la velocità del giro palla sarà determinante, così come l'intensità e la costanza nel pressing. Da questo punto di vista, Bayern-Barca docet. Sotto il profilo delle individualità inoltre, il Real appare superiore e proprio per questo ai gialloneri servirà una grande prova corale.
Le Merengues tuttavia non hanno dimostrato, in entrambe le fasi di gioco, la stessa compattezza del Bayern, anzi. Nelle sfide col Galatasaray infatti, spesse volte la squadra dello Special One ha mostrato una preoccupante distanza tra i reparti e un conseguente sfilacciamento della squadra, che alla Turk Telecom Arena per poco non costa la qualificazione.

Per quanto riguarda gli uomini chiave, questa volta ci sbilanciamo dicendone due in particolare: tra i padroni di casa Marco Reus, (anche se un po' banale) per la sua capacità d'inserimento alle spalle di Lewandowski e per la sua tendenza ad accentrarsi palla al piede dalla fascia. Movimenti del genere potrebbero prendere d'infilata la retroguardia spagnola.
L'altro nome, anche se non parte titolare, è quello di Luka Modric. Il trequartista croato non ha forse il passo di Ozil, ma in compenso dispone di una visione di gioco capace di bucare difese arroccate in area e soprattutto è già stato determinante partendo dalla panchina, chiedete a Ferguson e vi saprà dire qualcosa.

In attesa del fischio d'inizio, vale lo stesso appello fatto per l'altra semifinale: godetevi lo spettacolo!

DavideBernardi
@DavideBernardi6 on Twitter

mercoledì 10 aprile 2013

DAL RISCHIO FALLIMENTO ALLA SEMIFINALE DI CHAMPIONS, IL TUTTO A PASSO DI 'TIKEN TAKEN'!

NEL 2005 LA SOCIETA' RISCHIO' IL FALLIMENTO, ORA HA 34 MILIONI D'ATTIVO. IL DORTMUND INCANTA ANCHE DIETRO LA SCRIVANIA

L'immagine forse più bella del miracolo sportivo di ieri sera del Borussia, quella che fotografa al meglio l'identità della squadra di Wesfalia, è certamente quella che ritrae i giocatori gialloneri a cavalcioni sulla ringhiera della Sudtribune ad abbracciare i 24 mila abbonati.

Abbiamo detto miracolo sportivo, ma precisiamo subito, anche perchè siamo convinti che dietro alla partita vinta sul campo, ce ne sia sempre una vinta sulle scrivanie. E quella vinta dai dirigenti del Borussia è tremendamente simile a quella che ieri sera ha fatto venire la tachicardia a mezza Europa.

Per iniziare il nostro viaggio, dobbiamo tornare indietro addirittura di dieci anni: è l'inizio della stagione 2003-2004. Il Borussia, reduce da una Bundes e una finale Uefa del 2002, perde i preliminari di Champions ai rigori col Bruges, lasciando sul campo almeno 30 milioni di euro tra possibili introiti e sponsor.
A questo si aggiungono operazioni almeno "discutibili", come l'acquisto dell'Hotel in cui abitualmente va in ritiro la squadra e l'ingaggio di giocatori strapagati che non rendono nemmeno il 10% dell'investimento.
Come se non bastasse, a tutto questo si somma la questione Westfalenstadion. L'impianto, creato nel '92, deve essere ristrutturato e finito per i mondiali 2006. La spesa è vicina ai 130 milioni di euro. Capirete bene che in quelle due stagioni si rischiò prima l'iscrizione alla Bundes, poi il fallimento.
La cosa da fare è chiara, serve una svolta, un cambiamento, innanzitutto nell'organigramma societario. Lasciano il presidente Niebaum e il manager Meier, quelli che avevano portato la Champions del '97 e l'Intercontinetale l'anno dopo.

A coprire la posizione di a.d arriva tale Hans Joachim Watzke, il vero deus ex machina del miracolo Dortmund, e come manager Michael Zorc, l'equivalente di Pavel Nedved per la Juve, prima bandiera in campo, poi dirigente.
La situazione è drammatica: 125 milioni di euro di debiti, più la ristrutturazione dello stadio da pagare e azioni in Borsa (il Borussia è quotato da 12 anni) scese al valore di 80 cent. di €.
La cosa da fare è una, tagliare, in modo razionale ovviamente. Via l'Hotel, via i giocatori strapagati, si punta sul settore giovanile. Il nome dello stadio venduto per 5 milioni l'anno fino al 2016 ad una compagnia d'assicurazione, non tutti infatti sanno che il vero nome dell'impianto sarebbe Signal Iduna Park.
A questo si sommano tre aumenti di capitale e richieste d'aiuto a "parenti e amici". Partecipa anche il Bayern, Hoeness compra delle azioni!
A tutto il resto pensa l'amore del pubblico: 80,500 posti tutti esauriti sempre e ogni sorta di gadget acquistati.

I gialloneri iniziano a rialzare la testa, ma il passo decisivo arriva nel 2008. Viene ingaggiato come allenatore Jurgen Klopp. I primi due anni portano un sesto, un quinto posto e una Ssupercoppa di Germania. Si decide di aspettare, d'altronde la gestione precedente di Thomas Doll aveva portato ad una triste tredicesima piazza.
Nel 2010 i primi veri frutti: accoppiata Bundes e Coppa di Germania, per la prima volta in 103 anni di storia.
A Novembre scorso l'annuncio del vero miracolo che prima abbiamo definito "da scrivania": Watzke annuncia il miglior bilancio da quando la società è stata fondata, 215 milioni di giro d'affari (+42%), 34 di attivo e debiti dello stadio a 47 milioni per il mutuo, da estinguere nel 2022.
La faccia della felicità indossa il piumino giallonero e ha un sorriso a 80.500 denti!

Davide Bernardi
@DavideBernardi6 on Twitter


domenica 7 aprile 2013

W LA LIGA: DA "SAN IKER" A "SAD IKER", IL CAPITANO CHE RISCHIA LA FINE DI RAUL!

IL RAPPORTO TRA CASILLAS E L'ALLENATORE E' AI MINIMI STORICI E NON SI ESCLUDE UN SUO CLAMOROSO TRASFERIMENTO PER IL PROSSIMO ANNO

Fino a qualche mese fa Iker Casillas a Madrid veniva considerato come un mostro sacro, simbolo del madridismo più acceso. Poi un giorno arrivò Josè Mourinho e le cose presero una piega che mai nessuno avrebbe immaginato.


In quattordici stagioni da intoccabile Casillas ha vinto tutto ciò che si poteva conquistare, sia a livello di club sia con la nazionale spagnola, e negli ultimi cinque anni la IFFHS (Istituto internazionale di storia e statistica del calcio) lo ha eletto il miglior portiere del mondo. Un palmarès  ricco di trofei che rende Casillas uno dei giocatori più vincenti della storia di questo sport. Tuttavia il curriculum non basta a guadagnarsi il posto da titolare, soprattutto se in panchina si siede Mourinho, e ad oggi lo storico capitano dei blancos può considerarsi a tutti gli effetti il numero 12 della squadra che vorrebbe tagliare quest’anno il traguardo della “decima” Champions League.

Tra Casillas e Mourinho non c’è stato mai un bel rapporto. In questi tre anni di gestione il portoghese non si è mai sbilanciato in elogi nei confronti del suo (ex?)capitano; il vecchio allenatore interista lo ha schierato costantemente titolare ma non l’ha mai apprezzato come fatto ad esempio in passato con Julio Cesar e Petr Cech, i due grandi portieri di Inter e Chelsea. Il rapporto personale tra i due ha preso una piega irreversibile dopo il dito nell’occhio di Mou a Vilanova nel ritorno della Supercoppa spagnola dell’agosto 2011. Un episodio talmente grave da rischiare di dividere in due tronconi lo spogliatoio della nazionale, tanto da costringere Casillas a ripianare i rapporti con i “nemici” catalani in vista dei futuri impegni internazionali. La cosa non piacque a Mourinho e da quel momento in poi il feeling venne a mancare del tutto.

Lo scorso dicembre fece scalpore in Spagna la scelta tecnica con cui Mou preferì Adan al capitano storico. Da quella partita alla Rosaleda sono passati quasi quattro mesi e un duro infortunio alla mano sinistra che lo ha tenuto fuori per quasi tutto il 2013. Per sostituirlo Mou pretese l’acquisto di Diego Lopez, riserva di Palop al Siviglia. Nel frattempo, complici anche le eccellenti prestazioni del neo arrivato, il Madrid si è ripreso in campionato, ha raggiunto la finale di Copa del Rey e per di più ha ipotecato il passaggio nei quarti di finale di Champions. Il tutto senza “San Iker”. I medici hanno dato l’ok al rientro del giocatore da due settimane, ma Mourinho continua ancora a non ritenerlo pronto per tornare tra i pali e, a dirla tutta, neanche per la panchina dopo la mancata convocazione per la gara contro il Galatasaray.

Ad oggi lo Special One non sembra avere alcuna intenzione di riaffidare le chiavi della porta a Casillas. Rassicurato delle prestazioni di Diego Lopez, e da una tifoseria che giorno dopo giorno pende sempre più dalle sue labbra,  Mou continua imperterrito a portare avanti le sue idee e le sue convinzioni. Ma con una semifinale di Champions da affrontare i blancos avranno bisogno dell’esperienza e del carisma del loro capitano e, in quel momento, per una volta nella sua carriera, Mourinho dovrà mettere da parte l’orgoglio e chiarire per il bene della squadra la situazione con il portiere madrileno. Altrimenti il rischio reale è che a fine stagione si ripeta un nuovo caso “Raul”, la vecchia bandiera merengue ammainata senza alcun rispetto dal condottiero portoghese.

Nicolò Smerilli
@NiSmerilli on Twitter

mercoledì 27 marzo 2013

VIDEO - GAIZKA MENDIETA, PROFESSIONE DJ! CAMBIA LA TUA VITA CON UN CLICK!

NEL GIORNO DEL SUO 39ESIMO COMPLEANNO, VI RACCONTIAMO LA STORIA DI UNO DEI PIU’ GRANDI FLOP DEL CALCIO ITALIANO, CHE OGGI FA IL DJ!

Quentin Tarantino, Mariah Carey, il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, Cesare Cremonini, Jessie J, Fergie, una mia pro-zia e Gaizka Mendieta. Tutti personaggi noti (o quasi), tutti personaggi accomunati da un unico elemento, un unico fattore: il loro compleanno, datato 27 marzo. Ebbene si, oggi è per tutti quanti un giorno di festa, il “loro” giorno di festa. Ma il nostro uomo è uno solo: Gaizka Mendieta.

Lo ricorderete, con quel caschetto biondo a metacampo, eroe indiscusso del Valencia di inizio millennio, con il quale riuscì a raggiungere addirittura due finali consecutive di UEFA Champions League tra il 2000 e il 2001, due finali, ahi lui, entrambe perse contro Real Madrid (0-3) e Bayern Monaco (solo ai calci di rigori). Una sfortuna incredibile, una “maledetta sfortuna” come canta Vasco, condivisa a pieno con il futuro tecnico interista Hector Cuper e riscattata, in parte, solo con la magra consolazione del premio come miglior giocatore della competizione. Un premio che, malgrado tutto, testimonia con forza il talento e la bravura del calciatore spagnolo.
In quegli anni si parlava tantissimo di lui e anche giustamente, viste le prodezze ed i risultati ottenuti a livello internazionale. E così l’Europa inizia a farci un bel pensierino: in primis la Lazio di Sergio Cragnotti, in anticipo su tutti gli altri, convinta di mettere a segno un colpaccio assoluto. Siamo all’estate del 2001, proprio poco dopo la finale persa a San Siro. I biancocelesti avevano appena lasciato partire Pavel Nedved, direzione Juve, e optarono così per la spesa folle: 90 miliardi di vecchie lire per il caschetto biondo. 90 miliardi, signori, ricompensati con ben 20 presenze e zero gol stagionali tra il 2001 e il 2002. Tradotto in parole povere, un disastro totale.

Disastro che ancora oggi ci porta a ricordarlo come uno dei più grandi flop del calcio italiano: ancora oggi Mendieta rappresenta infatti lo spagnolo più caro della Serie A.
Così, dopo la catastrofica parentesi italiana, durata solo un anno, tenta il ritorno in patria, laddove gli si presenta un’altra clamorosa opportunità, chiamata Barcellona. Ma anche in maglia blaugrana sono solo delusioni. Dal 2003 al 2007 si ritroverà così in Premier League, al Middlesbrough, ultima squadra della sua carriera. Nel dicembre 2007, infatti, a soli 33 anni, si ritira definitivamente dall’attività agonistica.
Bene, ad oggi sono ormai quasi sei anni che Mendieta ha deciso di appendere le scarpe al chiodo e di abbandonare la vita da calciatore. Ma in questi sei anni lontano dai campi da gioco, dove può essere finito questo ragazzo nativo di Bilbao?? A che cosa si starà dedicando? E dove, in quale campo, si starà costruendo il proprio futuro professionale? Non indovinereste mai..nella musica!!

Ebbene si, il migliore giocatore della Champions 2001, quest’oggi è ormai un 39enne che si diverte a mixare dischi e canzoni nei locali più in voga tra Londra e Valencia. Da sempre appassionato di musica, il basco ha infatti deciso di impegnarsi con forza in questa nuova attività, lavorando tra Spagna ed Inghilterra anche come commentatore di gare di Premier e Liga per Sky Sports. E così, la scorsa estate, Mendieta ha partecipato addirittura al Fib di Benicassim, uno dei festival estivi più famosi del mondo, esibendosi in consolle in compagnia del giornalista musicale e suo grande amico Juan Vitoria. Molto curioso, in questa occasione, il fatto che Mendieta si fosse presentato all’evento in incognito, nascondendo le sue originalità sotto lo pseudonimo di Gasteiz Gang. Al tempo, inoltre, l’ex laziale rilasciò alcune particolari dichiarazioni al quotidiano spagnolo “Publico”: «Suonerò rock e soul degli anni ‘60 e ‘70, Flamin’ Groovies, Motown, Iggy Pop, Aretha Fralin, New York Dolls. Musica sufficiente per far volare le 3 ore del nostro spettacolo. Mettere dischi è più facile che tirare un rigore». E ancora: «Io personalmente sono qui anche per vedere alcuni dei miei gruppi preferiti: Strokes, Arcade Fire, Marzipan Man, Bombay Bycicle Club, Nadadora».

Una nuova vita dunque, totalmente diversa da quella precedente vissuta sul rettangolo verde. Una nuova carriera appena cominciata, che chissà dove lo porterà. Attenderemo con il sorriso alcuni sviluppi sulla faccenda. E magari un giorno vedremo DJ Mendieta in tour. Saremmo probabilmente curiosi di vederlo in una tappa romana. Non si sa bene come potrebbero prenderla sulla sponda biancoceleste, ma…

Eccovi un assaggio della sua musica:



Dario Di Noi
@DarDinoRio on Twitter                   

mercoledì 13 marzo 2013

MESSI A TACERE: IL MILAN CEDE DI SCHIANTO A UN BARÇA PERFETTO

I ROSSONERI CADONO 4-0 AL CAMP NOU E SALUTANO LA CHAMPIONS: BLAUGRANA INCONTENIBILI PER LA SQUADRA DI ALLEGRI

Sognare è bello. Farlo, non costa nulla. Spesso e volentieri, però, gli incubi capitano e rischiano di lasciare il segno. Per una notte o (si spera il contrario) per più tempo.

Ha sognato, il Milan. Una qualificazione storica, un’autentica impresa: eliminare il Barcellona, probabilmente la squadra più forte al mondo. Ha sognato per 90 minuti a San Siro, venendo poi bruscamente risvegliato da un incubo chiamato Barça. Impossibile ieri, per gli uomini di Allegri, contenere la straripante voglia di remuntada dei catalani, partiti subito a mille e in grado di annullare il vantaggio conquistato all’andata dal Milan già al termine della prima frazione di gioco.

Senza scampo. I rossoneri non sono mai riusciti concretamente a ripartire e a far male a un Barça inarrestabile, sempre pronto a recuperare palla e stabilmente accampato nella metà campo milanista. Si era parlato di un Messi inesistente all’andata, mai in gol su azione contro le italiane: buon motivo per smentire tutti in 40’. La Pulga ieri è stato semplicemente incontenibile, perfetto come la serata del Barcellona.

Serata che sarebbe potuta cambiare se Niang, involatosi davanti a Valdés dopo un clamoroso errore di Mascherano, avesse colto il momentaneo 1-1 al posto di centrare il palo. Lasciando poi spazio al più classico Gol sbagliato, gol subito firmato Messi. Con i se e con i ma, tuttavia, non si va da nessuna parte: contano i fatti. Il Barça, dopo essere stato inesistente all’andata, si è ampiamente rifatto nella gara di ritorno, conquistando con merito la qualificazione.

Il Milan avrebbe indubbiamente potuto fare qualcosa in più. Come giustamente sottolineato da Massimo Ambrosini a fine partita, l’approccio al match non è stato certamente dei migliori. Risulta inevitabile, in ogni caso, ammettere i maggiori meriti della squadra blaugrana rispetto ai demeriti di un Milan che contro il vero Barcellona ha potuto davvero poco: complice prestazioni poco esaltanti come quelle di Boateng e Montolivo ed errori pesanti di Ambrosini e Constant, per i rossoneri è stato impossibile arginare lo tsunami Barça.

La delusione, ovviamente, resta: il Picasso Allegriano dipinto dai rossoneri nella gara di San Siro aveva lasciato grandi speranze, svalutatesi di fronte a un’opera assoluta di calcio moderno targato Barça. Giusto, tuttavia, ricordare l’enorme progresso compiuto dagli uomini di Allegri da inizio stagione ad oggi: da una partenza traumatica, con una preoccupante permanenza nelle zone basse della classifica, ad una ripresa pazzesca, grazie ad una rimonta che ha portato i rossoneri a due sole lunghezze dal secondo posto. In mezzo, quell’esaltante successo proprio contro il Barça, destinato a rimanere solo un bel ricordo. Di un gruppo che è cresciuto, maturato e che ora deve pensare al presente: il secondo posto è a un passo. La sfida al Palermo anche. Per risvegliarsi da un incubo chiamato Barcellona.

Simone Nobilini
(@SimoNobilini on Twitter)

venerdì 22 febbraio 2013

BOATENG E RICKY ALVAREZ: SOGNO O SON DESTI?!

I DUE ADDORMENTATI SEMBRANO ESSERSI SVEGLIATI GIUSTO IN TEMPO PER IL DERBY

Kevin-Prince-Boateng e Ricky Alvarez. Sogno o son desti?! La tre giorni di coppe sembra aver svegliato i due giocatori, piombati in un letargo che durava da troppo tempo.

Il numero 10 del Milan, autore del vantaggio rossonero contro il Barcellona, ha finalmente offerto una prestazione convincente e ancora più importante, generosa.
Sarà stata l'aria di Champions, sarà stato il ricordo della gara dell'anno scorso, ma contro Messi&co. il Boa è sembrato tornare il giocatore di due stagioni fa.
L'uomo rivelazione dello scudetto 2010-2011 infatti, tra foto con la bella Melissa, tagli di capelli improbabili e la partenza di Ibrahimovic, si era perso, incapace di caricarsi il Milan sulle spalle nel momento più difficile della gestione Berlusconi.

Prima attaccante, poi centrocampista. Nel nuovo 4-3-3 di Allegri, il Boa non era ne l'uno ne l'altro. Troppo attaccante per stare in mediana, troppo centrocampista per stare davanti.
L'assenza poi di un attaccante in grado di attirare su di se le attenzioni delle difese avversarie, aveva ostacoltato le sue capacità d'inserimento e quindi di realizzazione. Vedere per credere la sola rete in campionato sulle 69 conclusioni tentate.
Poi mercoledì la svolta. Prince si mette a disposizione della squadra. Il suo ruolo è determinante nella vittoria contro i catalani: grinta e corsa a centrocampo per aiutare la difesa, qualità ed inserimenti per supportare l'attacco.
Contro l'Inter, Allegri, complice la buona prova di Niang contro gli azulgrana, potrebbe riproporre Boateng a centrocampo, dove serviranno la sua qualità e quantità (ritrovata) per ostacolare il dinamismo di Kovacic.

L'altro addormentato che sembra aver riaperto gli occhi è Ricky Alvarez, autore ieri sera nel ritorno dei sedicesimi d'Europa League con il Cluj, di una prova molto convincente. Due giocate decisive in occasione dei primi due gol nerazzurri firmati Guarin.
Arrivato a Milano con l'appellativo di "Maravilla", Alvarez è sempre apparso un eterno incompiuto, alternando buone prestazioni a mezze comparsate da ectoplasma.
La sua fragilità muscolare, aggiunta al periodo non brillantissimo della squadra di Stramaccioni, non hanno certmente aiutato la situazione.
Anche per lui, come per Boateng, l'Europa potrebbe aver agito da "bacio della bella principessa". Sicuramente Stramaccioni deve aver apprezzato la prestazione del giovane argentino, sostituito forse precauzionalmente a inizio ripresa in vista del derby.

Certo direte voi, una partita è un po' poco per valutare se i due letargici giocatori si sono svegliati o meno.
Non preoccupatevi, dopodomani c'è il derby a dirci per chi la favola si chiuderà con un lieto fine.

Davide Bernardi
DavideBernardi6 on Twitter

mercoledì 13 febbraio 2013

JUVE: PIU' CHE GRANDE PRESTAZIONE, PRESTAZIONE DA GRANDE

FINALMENTE CINICA E SPIETATA. VIOLATO L'INFERNO DEL CELTIC PARK

Sicuramente non la Juve più brillante della stagione. Certamente la più cinica.
Se nell'analizzare l'ultima prestazione interista il nostro Di Noi aveva usato la parola chiave ritorno, quella dei bianconeri dopo l'avventura al Celtic Park è sicuramente "cinismo".
Gli uomini di Conte infatti hanno capitalizzato al massimo, trasformando di fatto tutte le occasioni che hanno costruito.

Metà della stampa italiana ha esaltato una prestazione bianconera, che per noi francamente non c'è stata. Il punteggio finale è eccessivo nei confronti di un Celtic, che solo a causa della propria imprecisione non è riuscito a trovare (almeno) un gol. Detto ciò, indiscussi i meriti della Juve, che finalmente ha dimostrato la maturità della Grande squadra, quella che colpisce ogni volta che può, ma che sa anche soffrire se necessario.

L'atmosfera a Glasgow è stata incredibile. La tana degli scozzesi sembrava (questa si!) un inferno. Le squadre sono scese in campo, l'inno della Champions suonava, ma nessuno se ne accorgeva, il boato del Celtic Park è stato davvero incontenibile.

Gli uomini di Conte sono stati bravi a cambiare pelle rispetto alla sfida di campionato con la Fiorentina. Difficile contrastare il clima e il dinamismo degli uomini di Neil Lennon, anche piuttosto provocatori, meglio lascairli sfogare e poi ripartire. Il problema è che gli scozzesi a sfogarsi non ci hanno pensato nemeno per un attimo e la Juve ha sofferto il pressing altissimo, trovando molte difficoltà in fase di costruzione.
Nonostante ciò i bianconeri hanno mostrato un'organizzazione tattica ai limiti della perfezione, che già a Donetsk gli permise di non incassare imbarcate eccessive.
Per quanto riguarda il Celtic invece, la squadra di Lennon ha sorpreso per l'organizzazione a centrocampo, il dinamismo infatti lo conoscevamo già! Gli unici due difetti di squadra mostrati ieri sera però sono stati  macroscopici.
Innanzitutto le sbandate difensive sulle verticalizzazioni bianconere. Di fatto i tre gol sono arrivatiquando la Juve è riuscita ad andare bene in profondità. E infine il paradosso nel gioco: buona circolazione e movimento fino alla trequarti, poi cross a non finire per cercare Samaras. Piccolo particolare, il greco ieri in campo non è sceso e il torello Hooper, stretto tra Barzagli, Bonucci e Caceres non ne ha incornata una.

Si temeva i bianconeri potessero soffrire qualcosa a sinistra, complici le assenze di Chiellini ed Asamoah. Prontamente smentiti: Caceres e Peluso tra i migliori in campo.
L'uruguayo ha vinto quasi tutti i confronti aerei, puntale e preciso negli appoggi e senza remore quando la palla era da allontanare il più possibile. Ancora meglio Peluso. L'ex atalantino, al debutto in Champions, ha fatto per distacco la migliore prestazione da quando veste bianconero. Più libero da marcature rispetto a  quando viene schierato centrale, ha saputo mettere in mostra le proprie qualità atletiche lungo la fascia. Benissimo Matri, al terzo gol in nove giorni, condito anche dall'assist davvero perfetto per Marchisio in occasione del raddoppio. Troppe volte criticato, l'ex Cagliari per trovare continuità di rendimento ha bisogno di giocare. Dopo tre partite consecutive da titolare, i risultati si vedono.
Meno brillante del solito invece Bonucci, non precisissimo negli appoggi, tanto da guadagnarsi, dopo un lancio poco preciso, un "fallo ancora e ti ammazzo" da Conte.

I bianconeri escono dunque dal Celtic Park con qualche consapevolezza in più, dei propri limiti e soprattutto dei propri mezzi: mai un inferno fu tanto celestiale.

Davide Bernardi
DavideBernardi6 on Twitter


giovedì 7 febbraio 2013

IN THE BOX: SANTON, DA STELLA COMETA A RE MAGIO IN INGHILTERRA

IL TERZINO SINISTRO SEMBRA AVER RITROVATO SERENITA' AL NEWCASTLE

Il protagonista di In The Box di oggi parla italiano, è una nostra conoscenza, emigrato all'estero per trovare fortuna. Sembra esserci riuscito.

Esordio in serie A da titolare a 18 anni. Pochi mesi dopo, esordio anche in Europa: ottavi di finale di Champions contro il Manchester United, durante il quale annulla Cristiano Ronaldo, pallone d'oro in carica.
Uefa.com a fine anno, dopo aver esordito anche in Nazionale, lo inserisce nella lista dei 10 giovani di maggiore prospettiva d'Europa.

A fine 2009 la carriera di Davide Santon, terzino sinistro classe '91 di scuola Inter, scoperta di Mourinho, sembrava già decollata e l'Italia sembrava aver trovato (finalmente) il nuovo Zambrotta; per la precocità si parlava addirittura di nuovo Maldini o Bergomi.

Poi all'inizio della stagione 2009-2010 la sorte decide di voltargli le spalle. Si rompe subito il menisco, infortunio che lo allontana dal rettangolo verde e gli fa perdere il posto da titolare. Con il nuovo tecnico Benitez poi, la sintonia è poca e complice la sfortunata stagione nerazzurra, Santon perde piano piano quotazioni nella Milano nerazzurra.
Nell'ultimo giorno di mercato della sessione invernale, nell'operazione che porta Yuto Nagatomo all'Inter, il giovane terzino italiano finisce al Cesena, con la forma del prestito secco. In sei mesi le presenze saranno 11 e il rendimento non del tutto convincente.
A fine stagione torna a Milano. C'è bisogno di una svolta, di quelle importanti, che ti fanno ripartire da capo.

Se ne presenta una bianconera. Lontana due ore di volo. Decide di accettarla e di rimettersi in gioco in un altro campionato; il Newcastle infatti decide di acquistarlo dal club di Moratti per 6 milioni di euro.
In Inghilterra il giovane terzino sinistro classe '91 ha saputo conquistarsi presto un posto importante. 20 presenze nella prima stagione al St. James'Park, già 25 quest'anno su 25 partite di Premier, condite da 3 assist. Gli ultimi due domenica scorsa, fondamentali per la vittoria dei Magpies sul Chelsea di Benitez.

Complice la costanza e l'alto rendimento, Santon si è guadagnato la convocazione in nazionale per l'amichevole di ieri con l'Olanda, dove è partito titolare ben figurando.
Da Stella Cometa a Re Magio in Inghilterra. Davide Santon è tornato.

Davide Bernardi
DavideBernardi6 on Twitter


lunedì 3 dicembre 2012

EDITORIALE JUVE: IL DERBY E' BIANCONERO ORA A DONETSK NON SI PUO' FALLIRE

LA JUVENTUS NON NE SBAGLIA DUE DI FILA. DOPO LA SCONFITTA DI DOMENICA SCORSA CONTRO IL MILAN I RAGAZZI DI CONTE VINCONO IL DERBY DELLA MOLE E RAFFORZANO IL PROPRIO PRIMATO IN CLASSIFICA


Dei quattro derby giocati in questa Serie A, quello di Torino è sicuramente il più impari; troppa la distanza tra le due società, sia dal punto di vista tecnico che economico. Eppure sabato fino a quell'intervento assassino di Glik, i granata non stavano affatto demeritando e, anzi, erano gli unici ad aver avuto una chiara occasione da gol con Meggiorini. Dopo il 36', minuto dell'entrataccia del polacco ai danni di Giaccherini, il copione è cambiato del tutto e da lì in poi è stato un monologo bianconero, in cui il Toro non poteva che essere la vittima sacrificale. Con il cuore e con l'aiuto di Pirlo i granata hanno però resistito dignitosamente per 57 lunghi minuti, fino a quando proprio un torinese doc come Marchisio ha buttato il pallone alle spalle di Gillet, siglando la prima delle tre reti della vittoria. Da lì in poi non c'è stata letteralmente partita, con la squadra di Ventura incapace per molto tempo di superare la metà campo.

Buona la prestazione di squadra; capiamoci, niente a che vedere con quella offerta contro il Chelsea, ma alcuni segnali sono stati incoraggianti. Il Torino di ieri, seppur in dieci, è parso a tratti molto simile alla Lazio di due settimane fa: arroccato e attento in difesa e pronto a sfruttare un eventuale sbavatura bianconera. Ma mentre contro i biancocelesti, complice la sfortuna e un super Marchetti, la Juve aveva impattato sullo zero a zero, ieri i ragazzi di Conte sono riusciti a portarsi a casa il bottino pieno, segno che risultati come quello contro la Lazio sono più figli del caso che di sterilità offensiva bianconera.

A proposito di attaccanti, sabato abbiamo assistito ad una buona prova di Giovinco che oltre il gol, ha retto a tratti da solo l'intero reparto avanzato. A questo punto si spera che la "formica atomica" si sia sbloccata psicologicamente e inizi a mostrare tutti i numeri con cui aveva deliziato il pubblico di Parma. In un sistema di gioco come quello bianconero, spesso troppo ripetitivo e prevedibile, potrebbe essere l'unico musicista in grado di suonare uno spartito diverso.
L'altro che sarebbe in grado di cambiar la musica della gara è Mirko Vucinic, ma qui va fatto un discorso a parte. Nonostante i due assist, la prestazione del montenegrino, conoscendo le sue vere capacità, è stata insufficiente . A lunghi tratti appare svogliato, come se stesse giocando la partitella del giovedì con gli allievi, e a fine gara, nonostante il match sia bello che chiuso, riesce a prendersi un'ammonizione inutile protestando per una rimessa laterale non assegnata ai bianconeri. Insomma: se fosse un giocatore normale una prestazione come quella contro il Toro sarebbe ineccepibile, ma dato che tutti conoscono le doti che possiede quando non scende in campo in pantofole, è irritante vederlo giocare con così tanta sufficienza.

Invece un vero e proprio caso sta diventando a questo punto Matri, a cui è stato addirittura preferito Bendtner. A meno che Conte non abbia deciso di preservarlo per la delicatissima sfida di coppa contro lo Shakhtar (alquanto improbabile), l'attaccante lodigiano è diventato l'ultimo nelle gerarchie offensive bianconere. Noi non li vediamo in allenamento durante la settimana, ma, per quanto visto fin qui, sempre meglio un Matri al 70% che un Bendtner al top della condizione, soprattutto per il fatto che l'ex cagliaritano è perfettamente integrato nei movimenti di squadra, mentre lo spilungone biondo sembra ancora un corpo estraneo.

Passato il pericolo derby, mercoledì la Juventus si gioca una buona fetta di stagione a Donetsk. Superare il turno significherebbe avere la consapevolezza di far parte delle sedici migliori squadre d'Europa e sopratutto l'entrata di soldi freschi da spendere per completare una rosa che necessita di qualche ritocchino in difesa (manca una vera alternativa ai tre centrali). Senza voler far retorica non si può andare in Ucraina e giocare solo per il pareggio, anzi bisognerà provare a vincere per finire il girone in testa, il che sarebbe un iniezione di autostima grandissima. Oltretutto in Europa il detto "meglio due feriti che un morto" non è che vada molto di moda.

Nicolò Smerilli
(@NiSmerilli)

giovedì 22 novembre 2012

EDITORIALE: IL MILAN ALZA LA CRESTA CON ELSHA E MEXÈS, OTTAVI CENTRATI. E PATO…


IMPORTANTE RISULTATO OTTENUTO DAGLI UOMINI DI ALLEGRI, CHE STACCANO IL BIGLIETTO PER LA QUALIFICAZIONE CON UN TURNO DI ANTICIPO. 

Massimo risultato con il minimo sforzo. Un Milan non bello ma terribilmente cinico esce con 3 punti e qualificazione in tasca dalla trasferta di Champions League a Bruxelles, grazie anche al pareggio tra Zenit e Malaga che ha matematicamente estromesso gli uomini di Spalletti dalla corsa per gli ottavi di finale della massima competizione europea.
Allegri propende per l’ennesimo cambio di modulo, optando per un 4-3-3 con gli stessi intepreti di Napoli ad eccezione di Acerbi, stavolta rimpiazzato da Yepes.
Il primo tempo si rivela discretamente noioso, con una sola vera palla gol sprecata da Jovanovic, che solo davanti ad Abbiati spara molle e centrale. Una prima frazione di gioco tanto soporifera da rivelare un dato sconcertante: il Milan non hai mai tentato un tiro verso la porta di Proto.
Tiro che arriva, ed è vincente, al secondo minuto della ripresa: cross dalla trequarti di De Sciglio, spendido stop mancino e destro piazzato del solito Stephan El Shaarawy, che batte Proto e timbra lo 0-1. Dato confortante: per almeno una volta, il Milan al primo tiro in porta trova il gol, invertendo la tendenza che lo vedeva spesso subire reti alla prima conclusione tentata dagli avversari (Malaga a San Siro, per citare un esempio).
L’Anderlecht ha una reazione sterile, succede poco e nulla fino al doppio momento che cambia la partita in favore dei rossoneri: Pato, appena entrato al posto dell’acciaccato Bojan, subisce fallo da Nuytinck su un’azione di contropiede: rosso per il difensore belga e punizione per il Milan. Expect the unexpected, direbbero gli americani: Montolivo imbecca con un lancio morbido Mexès, stop di petto del francese e splendida rovesciata che si insacca nell’angolo opposto. Il gol dell’anno, probabilmente: e se a realizzarlo è stato l’ex Roma, non particolarmente noto per gesti tecnici di tale caratura, cominciamo a preoccuparci seriamente riguardo la profezia Maya sulla fine del mondo…

Match che sembra chiuso: ma il Milan di quest’anno ama complicarsi la vita e, grazie a una disattenzione difensiva con la mancata diagonale di De Sciglio (unica sbavatura di un’eccellente partita), De Sutter riapre il match sulla sponda di testa di Jakovenko, battendo da due passi Abbiati.
L’Anderlecht prova a crederci, negli ultimi dieci minuti si riversa in avanti tentando l’arrembaggio finale, ma lo sbilanciamento della squadra belga non fa altro che portare al gol che chiude definitivamente la partita, firmato in contropiede e a porta vuota da Pato, su un assist al bacio del solito strepitoso El Shaarawy.
Sta diventando ormai una piacevole abitudine sottolineare le grandi prove che questo ragazzo offre in ogni partita: solito impegno, soliti recuperi difensivi, solita incisività in attacco. Il tutto a soli 20 anni compiuti, ed è giusto ricordarlo.
Chi dovrebbe prendere esempio dal Piccolo Faraone è Alexandre Pato, il cui atteggiamento in campo è perlomeno commentabile e rivedibile: non propriamente voglioso di mettersi in mostra e a disposizione della squadra, si fa notare per un’espulsione guadagnata (sebbene abbia tardato un contropiede 2 contro 1 tentando il dribbling poi decisivo per il rosso invece di servire un Boateng che, posizionato sulla destra, sarebbe andato in porta da solo) e per l’appoggio in rete da due passi, a porta vuota, che vale l’1-3, firmato per il 99,9% dall’autore della decisiva fuga e assist, ovvero l’uomo con il numero 92 sulla schiena.
La nota stonata arriva però nel post partita, dove Il papero ha dichiarato di “voler giocare di più (e fin qui poco da dire) e, per questo motivo, di voler parlare con il procuratore riguardo al proprio futuro”. Inutile rivisitare la storia degli ultimi anni del brasiliano al Milan, tra infortuni e mancato scambio con Tevez: giusto credere che molti tifosi rossoneri siano infuriati con lui. Il suo comportamento dentro e fuori dal terreno di gioco è esattamente l’opposto di quello di El Shaarawy, come lo stipendio percepito dal numero 9 è inversamente proporzionale all’impegno messo in campo. Al quale va aggiunto l’ennesimo problema muscolare manifestatosi nel match di ieri sera. Giocare, così, diventa un po’ più complicato.
Cosa aggiungere?Come chiudere la questione? La risposta migliore ci arriva da Twitter, firmata Riccardo Trevisani, commentatore Sky: “Pato ha perso una bella occasione. Per stare zitto.”

Simone Nobilini
(@SimoNobilini)

venerdì 26 ottobre 2012

DELUSIONE EUROPEA, MANCINI MARTELLATO


STAMPA E GIOCATORI HANNO ASPRAMENTE CRITICATO IL TECNICO ITALIANO

L'Europa resta un tabù per il Mancio. A meno di clamorose rimonte il suo City verra di nuovo eliminato ai gironi di Champions. Certo,  c'è da dire che in questi due anni non è mai stato fortunato nei sorteggi trovando sempre dei gruppi di ferro (l'anno scorso Bayern, Napoli e Villareal e in questa stagione Real Madrid, Borussia Dortmund e Ajax) ma questa non può essere una scusa per una squadra costruita per arrivare alla vittoria. Se poi aggiungiamo tutti i milioni spesi per acquistare gente come Balotelli, Nasri e Aguero le scusanti stanno a zero.

Dopo la partita persa di Amsterdam la stampa lo ha massacrato: da chi lo accusava di aver fatto troppo shopping a poche ore della partita a chi riteneva inopportuno l'utilizzo di una difesa a tre in un match così delicato. Ma si sa, finchè sono i giornalisti ad accusarti è tutto normale, meno lo è se a criticarti sono i tuoi stessi giocatori. Infatti subito dopo la fine della gara il difensore dei Citizens Company ha attaccato le scelte del tecnico dicendo “La difesa a tre non funziona. L'abbiamo provata poco e in generale preferiamo giocare a quattro”. Mancini dal canto suo ha replicato affermando che non è una questione di schemi di gioco ma di mentalità: “Alcuni giocatori non hanno lo spirito per giocare in Champions”.

Prime crepe in casa City e se, come probabilmente accadrà usciranno dalla coppa, l'unico appiglio alla panchina per l'ex allenatore dell' Inter potrebbe essere la Premier. Oggi i Citizens sono terzi a quattro punti dalla capolista Chelsea e quindi una rimonta non sarebbe impossibile, tuttavia anche lì non è ammesso il fallimento: o vince o se ne va. L'ombra di Guardiola si fa sempre più scura sulla panchina del Mancio.

Nicolò Smerilli
(@NiSmerilli)