QUINTO GOL BIANCONERO DEL TERZINO DA MONTEVIDEO E TUTTI SEGNATI IN UN BIG MATCH
Una volta nel Wrestling americano c'era un atleta di nome Randy Orton, meglio conosciuto da tutti come "l'ammazza leggende".
Nella serie A c'è un giocatore di nome Josè Martin Caceres, da oggi meglio conosciuto da tutti come "l'ammazza grandi".
Sono cinque infatti le reti di Caceres con la maglia bianconera, tutte con un unico comun denominatore: un big match.
La prima marcatura Caceres la segnò durante la sua prima parentesi bianconera, il 12 settembre 2009 quando la truppa di Ciro Ferrara sbancò l'Olimpico biancazzurro per 2-0.
Due anni e una gestione dopo, Martino da Montevideo torna a Torino voluto da Conte e il suo secondo esordio è da brividi:l'8 febbraio 2012 con una doppietta a San Siro stende il Milan, in una semifinale di Coppia Italia dal valore molto più alto, per tutte le polemiche e i dissidi che quella partita si portava dietro.
Un mese e mezzo dopo il Matador delle grandi colpisce ancora: il 25 marzo infilza l'Inter con un colpo di testa, prima del definitivo 2-0 di Alex Del Piero.
Sempre da calcio d'angolo e sempre di testa ieri sera Caceres ha dato il via alla vittoria della sua Juve nello scontro diretto col Napoli.
Si aspettava Cavani, è arrivato lui a "matare" una big. Ancora una volta.
Davide Bernardi
@DiscoveryFoot
Idee fresche. Idee nuove.
Ciao a tutti siamo Davide Bernardi & Nicolò Smerilli, due studenti della Università Cattolica di Milano. Abbiamo deciso di creare questo blog perchè il nostro sogno è quello di diventare giornalisti professionisti e quindi vorremmo farvi sentire le nostre idee. In questo "portale" noi non ci proponiamo di offrirvi novità o notizie che altri non hanno, ma come già detto, darvi la nostra opinione riguardo i maggiori eventi calcistici. Il titolo "DiscoveryFootball" nasce dall'idea di analizzare, proprio come fa il più famoso Discovery Channel, il mondo del pallone. Quindi se vi va di sentire delle voci "nuove" e "fresche", seguiteci! D.B & N.S
domenica 21 ottobre 2012
sabato 20 ottobre 2012
CHE ERRORE, ROMA CAPOCCI..ONA!
NONOSTANTE I RISULTATI OTTENUTI PRIMA A ROMA E POI A CATANIA, NELLA CAPITALE NON HANNO CREDUTO A MONTELLA, CHE INTANTO INCANTA FIRENZE (E NON SOLO)
In tanti lo ricorderete.
Anno 1990, un piccolissimo
Macaulay Culkin ottiene fama mondiale perdendo l’aereo nel celebre film
di Chris Columbus. Due anni dopo, nel
1992, l’ex enfant prodige del cinema americano ripeterà il suo errore,
smarrendosi un’altra volta.
Metafora hollywoodiana azzeccatissima per la Roma americana. Se infatti Culkin ebbe come
colpa quella di perdere (e riperdere) un aereo, la società giallorossa si
è lasciata sfuggire, non
una ma ben due volte, un "aereo…planino".
Quel Vincenzo Montella che , dopo aver scritto
importanti pagine di storia nella capitale già da calciatore, avrebbe potuto (manteniamo
comunque il condizionale) ripetersi anche nelle vesti di allenatore.
Opportunità, questa, che la nuova dirigenza romanista ha scelto di non
concedergli, sebbene le parti in due casi sembrassero veramente vicine al
matrimonio.
Alla luce dei risultati
ottenuti fino a questo momento dall’allenatore campano, tanto nei numeri, quanto nel gioco proposto, quello
della squadra capitolina sta assumendo sempre più le sembianze di un errore
madornale.
Fu proprio la Roma infatti a concedere per prima, all’"Aereoplanino"
una possibilità per muovere i primi passi in un mondo tutto nuovo per lui: nell’estate
2009 infatti (ancora sotto la presidenza Sensi), appena appese le
scarpette al chiodo, gli viene assegnata la panchina della categoria
Giovanissimi.
Ad inizio 2011 la dirigenza, lo pone alla guida della prima squadra, in
sostituzione del dimissionario Ranieri, per tentare di risollevare le sorti di
un gruppo confuso e sempre più in crisi.
A fine stagione si ritroverà con un sesto posto in
campionato ed una semifinale di coppa Italia persa contro l’Inter.
Nonostante i risultati, la
società giallorossa, ormai completamente in dote ai nuovi proprietari
americani, decide di non puntare su di lui, affidandosi all’ex
Barça Luis Enrique, al dilà dei numerosi attestati
di stima per Montella, arrivati anche dai suoi stessi giocatori, su tutti capitan Totti
e De Rossi.
Risultato:
anno di critiche e sconfitte a Roma, anno di gioie e record a Catania, dove nel frattempo
l’"Aereoplanino" si era accasato, ottenendo
approvazioni e consensi da tutti (riceve anche il premio di “miglior allenatore
del mese” di marzo nell’aprile 2012).
A
detta di molti esperti, il suo Catania espresse nell’intera stagione il miglior
calcio di tutta Italia, dopo la Juve campione. Un gioco fluido, organizzato, sempre offensivo ma comunque
attento all’equilibrio; basato su tanta tecnica e palleggio mescolati ad intense
dosi di pressing.
Uno stile influenzato in modo
importante anche dalle scelte autoritarie e determinate del pur giovane allenatore, come la decisione di
escludere dai propri piani, preferendogli Gonzalo Bergessio, un giocatore come
Maxi Lopez.
Nella capitale si
(ri)accorgono di lui.
Non possono proprio rimanerne indifferenti stavolta.
Montella,
ad inizio estate, viene praticamente considerato da tutti il nuovo allenatore
giallorosso. La Roma lo vuole, e lui vuole la Roma. Non accetta nessun altro
tipo di offerta, ringrazia e rispedisce al mittente ogni proposta. Poi però
qualcosa va storto: sembra mancare solo l’ufficialità ed ecco invece
sopraggiungere problemi e divergenze di opinioni tra le parti, in particolare nel
rapporto con il ds Sabatini, responsabile principale del mercato giallorosso:
dalla questione Lamela, che Montella avrebbe preferito mandare in prestito, a quella del mercato: Marchese, Lodi e Gomes, sono solo alcuni dei giocatori che il giovane tecnico avrebbe voluto anche a Roma.
Si
ri-richiudevano così le porte in faccia a Montella, causando un divorzio
che, di lì a poco, avrebbe portato il tecnico campano a sedersi sulla panchina della
Fiorentina.
Arriviamo così alla situazione attuale. In casa Roma il
periodo non è dei migliori. Ancor prima dei casi Burdisso, Osvaldo e
soprattutto De Rossi, che non aiutano affatto un ambiente già
sommerso da abbondanti critiche, sono i risultati ottenuti finora
a fotografare al meglio la condizione della squadra giallorossa: solo tre le vittorie
(compresa quella di Cagliari a tavolino), 11 gol incassati in 6 partite e un ruolino
di marcia in casa a dir poco negativo (due pareggi, una sconfitta e una
vittoria soffertissima con l’Atalanta). Una Roma che, bisogna ricordare,
quest’anno non ha nemmeno l’ostacolo delle coppe europee come scusante.
In
Toscana, al contrario, gli argomenti cambiano, sono di tutt’altro genere: qui
si parla di elogi, di consensi e di applausi, sia per i risultati ottenuti finora, che per
il gioco espresso dalla squadra: bellissimo da vedere, divertente ed organizzato, oltre che dotato di una fase di palleggio
davvero esemplare.
Probabilmente il miglior gioco di tutta la serie A quello
dei viola, anche grazie ad una rosa costruita da società ed allenatore in maniera magistrale durante il mercato estivo.
Due mondi opposti a pochi chilometri di distanza. Per i giallorossi sembra ripetersi la stessa
identica situazione dello scorso anno. Un progetto innovativo, che punti su bel
gioco, fantasia e spettacolo, che creda nei giovani e nei buoni talenti. Un
progetto che soprattutto risulti vincente nel corso degli anni, ma che di
vincente, in queste due stagioni, non ha ancora
avuto nulla. Né con Luis Enrique né fino a questo momento, con il
ritorno di Zeman.
Attenzione
però, qui non si sta condannando né il tecnico Zeman né il suo lavoro, anche
perché siamo ad inizio stagione e tempo per rimediare ce n’è eccome.
Il problema è un altro, e consiste in un’impressione personale, una piccola convinzione: che, con Montella allenatore, forse ora i tifosi giallorossi si troverebbero di fronte una situazione molto molto diversa. Avrebbe potuto apportare grossi cambiamenti l’aereoplanino, rivoluzionando la squadra nei comportamenti, negli uomini (con un mercato intelligente,ben indirizzato e mirato, vedi Fiorentina) e soprattutto nel gioco, con idee tattiche precise e, per di più, adatte alle costanti richieste di bel calcio e spettacolo provenienti dalla nuova dirigenza.
Provate a pensare, alla luce dei risultati raggiunti in Sicilia e Toscana, che cosa avrebbe potuto costruire Montella con in mano un organico come quello della Roma. Ma non ci hanno creduto, l’hanno lasciato andare via, per ben due volte.
"Errare humanum est, perseverare autem diabolicum".
Dario Di Noi
@DarDinoRio
mercoledì 17 ottobre 2012
DA PRINCIPE A RANOCCHIO: L'INVOLUZIONE DI NOCERINO
LA VERA RIVELAZIONE ROSSONERA DELLA PASSATA STAGIONE, QUEST'ANNO NON RIESCE A TROVARE SPAZIO
E' stata la vera rivelazione del Milan dell'anno scorso, la chiave di volta di molte delle partite rossonere della passata stagione.
Antonio Nocerino però, quest'anno sembra essere andato incontro ad una vera e propria involuzione; poco impiegato da Allegri che non riesce a trovargli una giusta collocazione tattica.
Nocerino arrivò in rossonero da Palermo l'ultimo giorno della sessione estiva del mercato 2011, per la cifra, quasi simbolica, di 500'000 euro.
"E' un buon ripiego" si sentiva dire negli ambienti rossoneri e invece in poche settimane il centrocampista napoletano ha saputo ritagliarsi uno spazio sempre più ampio.
Alla fine, in campionato le presenze saranno ben 40, condite da addirittura 11 reti, fondamentali per risolvere partite come quella in casa col Parma, vinta dal Milan per 4-1 (tripletta), o quella col Genoa, in cui l'ex Palermo segnò il definitivo 2-0.
Quest'anno invece, nei primi sette turni di campionato, il napoletano è stato impiegato solo 368 minuti.
Dalla Nazionale, conquistata a suo di gol in rossonero, alla panchina, che ha spinto Nocerino anche a dichiarazioni dal tono polemico.
Come quelle in occasione dell'iniziativa "Non fare Autogol", durante la quale il centrocampista rossonero ha detto:"Lo sanno anche i muri che mi piace fare la mezzala, ma spetta all'allenatore decidere, certo se cambia sono contento e comunque sono consapevole che vengo attaccato in maniera più forte visto quello che ho fatto l'anno scorso".
Sembra chiaro dunque che la vera fortuna di Nocerino sia stato Zlatan Ibrahimovic, giocatore che come pochi riesce ad esaltare gli inserimenti dei compagni.
La principessa svedese però quest'anno se n'è volata a Parigi e il principe Nocerino è improvvisamente tornato ranocchio.
A stento si riesce a ricordare una stagione in cui il Milan ha faticato così tanto a trovare la via della rete e mai come in queste partite servirebbero i gol di Nocerino.
In Via Turati c'è già fuori l'annuncio: "AAA cercasi principessa".
Davide Bernardi
E' stata la vera rivelazione del Milan dell'anno scorso, la chiave di volta di molte delle partite rossonere della passata stagione.
Antonio Nocerino però, quest'anno sembra essere andato incontro ad una vera e propria involuzione; poco impiegato da Allegri che non riesce a trovargli una giusta collocazione tattica.
Nocerino arrivò in rossonero da Palermo l'ultimo giorno della sessione estiva del mercato 2011, per la cifra, quasi simbolica, di 500'000 euro.
"E' un buon ripiego" si sentiva dire negli ambienti rossoneri e invece in poche settimane il centrocampista napoletano ha saputo ritagliarsi uno spazio sempre più ampio.
Alla fine, in campionato le presenze saranno ben 40, condite da addirittura 11 reti, fondamentali per risolvere partite come quella in casa col Parma, vinta dal Milan per 4-1 (tripletta), o quella col Genoa, in cui l'ex Palermo segnò il definitivo 2-0.
Quest'anno invece, nei primi sette turni di campionato, il napoletano è stato impiegato solo 368 minuti.
Dalla Nazionale, conquistata a suo di gol in rossonero, alla panchina, che ha spinto Nocerino anche a dichiarazioni dal tono polemico.
Come quelle in occasione dell'iniziativa "Non fare Autogol", durante la quale il centrocampista rossonero ha detto:"Lo sanno anche i muri che mi piace fare la mezzala, ma spetta all'allenatore decidere, certo se cambia sono contento e comunque sono consapevole che vengo attaccato in maniera più forte visto quello che ho fatto l'anno scorso".
Sembra chiaro dunque che la vera fortuna di Nocerino sia stato Zlatan Ibrahimovic, giocatore che come pochi riesce ad esaltare gli inserimenti dei compagni.
La principessa svedese però quest'anno se n'è volata a Parigi e il principe Nocerino è improvvisamente tornato ranocchio.
A stento si riesce a ricordare una stagione in cui il Milan ha faticato così tanto a trovare la via della rete e mai come in queste partite servirebbero i gol di Nocerino.
In Via Turati c'è già fuori l'annuncio: "AAA cercasi principessa".
Davide Bernardi
domenica 14 ottobre 2012
IL DEMIURGO LUCESCU E LA FAVOLA DELLO SHAKHTAR
LA RINASCITA DEL TECNICO RUMENO DOPO L'ESPERIENZA ITALIANA E LA DEFINITIVA CONSACRAZIONE A DONETSK
Società ed
allenatore sono stati in grado di allestire una rosa perfetta, con un mix di
esperienza(il capitano Srna, Tymoschuk, poi ceduto allo Zenit, Hubschman,
Pyatov, Ilsinho e Chygrynskiy, reduce dalla non esaltante esperienza al
Barcellona) e di talenti(il trio brasiliano Willian,Luiz Adriano,Alex Teixeira
e l’armeno Mkhitaryan) in grado di portare “i minatori” a costringere, nel
2009, il Barcellona degli invincibili a conquistare la Supercoppa Europea
solo dopo i tempi supplementari; nel poi 2011 ad ottenere una storica
qualificazione ai quarti di finale della Champions League con un doppio
successo sulla Roma di Ranieri e, di recente, a giocare un match strepitoso
allo Juventus Stadium, conclusosi con un pareggio che agli ucraini è andato decisamente stretto.
Correva
l’anno 1999. Era il 21 marzo, quando Sampdoria e Inter si affrontarono allo
stadio Marassi: finì 4-0 per i blucerchiati.
Quella dèbacle costò la panchina
all’allora allenatore nerazzurro Mircea Lucescu, subentrato a Gigi Simoni
appena 4 mesi prima.
Alzi la mano chi, da quel giorno, avrebbe mai creduto a
una carriera da vincente per l’ex allenatore di Pisa, Reggiana e Dinamo
Bucarest tra le altre. Eppure, il tecnico rumeno è riuscito ad imporsi dapprima
nella duplice esperienza turca con Galatasaray (accoppiata Supercoppa
Europea-Campionato) e Besiktas (Campionato 2002/03) per poi giungere nel 2004
sulla panchina dello Shakhtar Donetsk.
Con ”la squadra dei minatori” Lucescu
raggiunge traguardi importantissimi, interrompendo il dominio incontrastato
della Dinamo Kiev grazie alla conquista di ben 6 campionati, 4 Coppe e 4
Supercoppe d’Ucraina. E non è finita qui. La ciliegina sulla torta arriva con
la vittoria della Coppa Uefa nel 2008 ai danni del Werder Brema di Diego, Özil e
Pizarro, squadra capace di eliminare il Milan di Ancelotti ai sedicesimi.
Lucescu ha
certamente riportato lo Shakhtar ai massimi livelli nel campionato ucraino, ma
ha avuto soprattutto una particolare abilità nel dare un’identità di gioco ben
precisa e una capacità di dire la propria anche in Europa ad una squadra che,
fino a quel momento, in competizioni come Coppa Uefa e Champions League appariva
come una semplice comparsa.
Società ed
allenatore sono stati in grado di allestire una rosa perfetta, con un mix di
esperienza(il capitano Srna, Tymoschuk, poi ceduto allo Zenit, Hubschman,
Pyatov, Ilsinho e Chygrynskiy, reduce dalla non esaltante esperienza al
Barcellona) e di talenti(il trio brasiliano Willian,Luiz Adriano,Alex Teixeira
e l’armeno Mkhitaryan) in grado di portare “i minatori” a costringere, nel
2009, il Barcellona degli invincibili a conquistare la Supercoppa Europea
solo dopo i tempi supplementari; nel poi 2011 ad ottenere una storica
qualificazione ai quarti di finale della Champions League con un doppio
successo sulla Roma di Ranieri e, di recente, a giocare un match strepitoso
allo Juventus Stadium, conclusosi con un pareggio che agli ucraini è andato decisamente stretto.
Come
dite? Bella squadra lo Shakhtar? Rendete merito al Demiurgo rumeno che l’ha
trasformata, plasmata e formata. Ha un nome e un cognome: Mircea Lucescu.
Simone
Nobilini
(@SimoNobilini)
sabato 6 ottobre 2012
PACE PACE, MILLE PATATE: L'ENNESIMA BRUTTA FIGURA DELLA GIUSTIZIA ITALIANA
IL TNAS RIDUCE LA SQUALIFICA DI CONTE, DECIDENDO DI NON SCHIERARSI
Proprio come quando i bambini giocano a "patata bollente". Nessuno la vuole, ma quando il tempo scade, chi ce l'ha perde e in questo caso deve prendere una decisione.
Nella vicenda Antonio Conte, legata allo scandalo "Calcioscommesse", la patata bollente, alla fine è rimasta al TNAS (Tribunale Nazionale d'Arbitrato Sportivo) che per non far male a nessuno, ha deciso di stare in mezzo, facendo però perdere un pò tutti.
Ha perso la Procura Federale, che ha visto cadere praticamente tutti i suoi capi d'accusa e ha perso Conte, che da sempre dichiaratosi innocente, sarà costretto a vedere dall'alto le partite della sua Juve ancora fino a dicembre.
La cosa che ha dell'incredibile è che la pena inflitta all'allenatore bianconero è la stessa che pochi mesi fa venne definita "non congrua", quando Conte decise-sbagliando-di patteggiare.
La realtà è molto semplice: il TNAS non ha voluto assolvere Conte per evitare l'ennesima enorme brutta figura alla F.I.G.C, che altrimenti sarebbe andata incontro anche alla probabile richiesta di risarcmento danni del tecnico leccese, per i due mesi già scontati lontano dal bordo del campo (ring).
Gli estremi per dichiarare Conte innocente c'erano eccome: dapprima accusato da Carrobbio, uno che è stato idagato da tre diverse procure e che nonostante i numerosi illeciti, grazie al patteggiamento sconterà solo due anni e due mesi di squalifica; e poi condannato per l'omessa denuncia delle combine relative a Novara-Siena 2-2 del 01/05/2011 e a Albinoleffe-Siena 1-0 del 29 maggio 2011 (all'epoca Conte sedeva sulla panchina della formazione senese), a dieci mesi di squalifica.
Successivamente, assolto dalle vicende di Novara-Siena, gli vengono comunque confermati i dieci mesi di squalifica per Albinoleffe-Siena.
La combine di quest'ultima partita, venne organizzata da Stellini, secondo di Conte, che quindi "non poteva non sapere" e da Poloni, secondo di Mondonico, quest'ultimo dichiarato però estraneo ai fatti.
La necessità di una riorma della giustizia sportiva è un'idea condivisa non solo dal presidente bianconero Andrea Agnelli.
Insomma che si tratti di cronaca o di sport, il risultato da giocare (giusto per rimanere in tema) è sempre quello: giustizia italiana, 2 fisso.
Davide Bernardi
Proprio come quando i bambini giocano a "patata bollente". Nessuno la vuole, ma quando il tempo scade, chi ce l'ha perde e in questo caso deve prendere una decisione.Nella vicenda Antonio Conte, legata allo scandalo "Calcioscommesse", la patata bollente, alla fine è rimasta al TNAS (Tribunale Nazionale d'Arbitrato Sportivo) che per non far male a nessuno, ha deciso di stare in mezzo, facendo però perdere un pò tutti.
Ha perso la Procura Federale, che ha visto cadere praticamente tutti i suoi capi d'accusa e ha perso Conte, che da sempre dichiaratosi innocente, sarà costretto a vedere dall'alto le partite della sua Juve ancora fino a dicembre.
La cosa che ha dell'incredibile è che la pena inflitta all'allenatore bianconero è la stessa che pochi mesi fa venne definita "non congrua", quando Conte decise-sbagliando-di patteggiare.
La realtà è molto semplice: il TNAS non ha voluto assolvere Conte per evitare l'ennesima enorme brutta figura alla F.I.G.C, che altrimenti sarebbe andata incontro anche alla probabile richiesta di risarcmento danni del tecnico leccese, per i due mesi già scontati lontano dal bordo del campo (ring).
Gli estremi per dichiarare Conte innocente c'erano eccome: dapprima accusato da Carrobbio, uno che è stato idagato da tre diverse procure e che nonostante i numerosi illeciti, grazie al patteggiamento sconterà solo due anni e due mesi di squalifica; e poi condannato per l'omessa denuncia delle combine relative a Novara-Siena 2-2 del 01/05/2011 e a Albinoleffe-Siena 1-0 del 29 maggio 2011 (all'epoca Conte sedeva sulla panchina della formazione senese), a dieci mesi di squalifica.Successivamente, assolto dalle vicende di Novara-Siena, gli vengono comunque confermati i dieci mesi di squalifica per Albinoleffe-Siena.
La combine di quest'ultima partita, venne organizzata da Stellini, secondo di Conte, che quindi "non poteva non sapere" e da Poloni, secondo di Mondonico, quest'ultimo dichiarato però estraneo ai fatti.
La necessità di una riorma della giustizia sportiva è un'idea condivisa non solo dal presidente bianconero Andrea Agnelli.
Insomma che si tratti di cronaca o di sport, il risultato da giocare (giusto per rimanere in tema) è sempre quello: giustizia italiana, 2 fisso.
Davide Bernardi
giovedì 4 ottobre 2012
AAA ASSOCIAZIONE CALCIO MILAN CERCASI!
LA CLAMOROSA INVOLUZIONE IN UNA SOLA ESTATE DEL CLUB DEL PRESIDENTE (ASSENTE) BERLUSCONI
14 Giugno 2012. Su Milan Channel, Silvio Berlusconi annuncia in pompa magna :”Thiago Silva resta. Ad Ibra verrà data la maglia numero 10”.
Quel Giovedì, dai tifosi del Milan ,verrà solo ricordato come l’inizio della fine.
Parole forti, vero, forse troppo. Ma al momento risulta difficile, per il club di via Turati, vedere la luce in fondo al tunnel.
Del mercato rossonero (allenatore compreso) si è già discusso abbastanza: sarebbe insensato parlarne ancora, la stagione ormai è iniziata e Allegri deve accontentarsi di ciò che ha a disposizione, almeno fino a Gennaio.
Ciò che invece ha senso è chiedersi: cos’è successo a questa società? Si è sempre parlato del cosiddetto stile Milan, ma soprattutto di un grande apporto del presidente Berlusconi alla causa rossonera e del grande lavoro dell’AD Adriano Galliani, considerato un vero e proprio mago del mercato.
Perfetto, ora proviamo a giocare a Memory: prendete queste 2 carte e provate a trovare le loro simili, o copie, nel sistema del Milan odierno. Non ci riuscirete.
Perché? La realtà attuale è molto semplice: Silvio Berlusconi è presidente dell’Associazione Calcio Milan di nome, ma non di fatto. Il teatrino che ha caratterizzato la vicenda Thiago Silva-Ibrahimovic è stato un boccone troppo amaro da digerire per i tifosi ed è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso: nessuno si sarebbe mai aspettato un tale colpo basso da chi è stato osannato (giustamente) per aver portato il Milan a diventare il famigerato “Club più titolato al mondo” dal 20 Febbraio 1986 ad oggi.
Nella lista degli impegni del Cavaliere, il Milan è evidentemente finito in fondo alla graduatoria: poche presenze allo stadio, niente investimenti, ritorno al gelo totale con la tifoseria (ricordate quando venne acclamato da 80.000 persone alla festa scudetto di 2 soli anni fa?).
Il capitolo Galliani è necessariamente collegato a quello del presidente: solite frasi fatte per rassicurare i tifosi ("Ultracompetitivi, Siamo a posto così, Stiamo sereni, Tutto è aperto", ormai diventate addirittura hashtag scherzosi su Twitter) e poco altro, dimostrazione che i maghi del mercato, in questo momento, sono ben altri. Il geometra di Milanello è sempre stato in grado di portare a casa grandi acquisti, ma solo con il benestare e con l’aiuto economico di Berlusconi. Per la voce “fare un grande mercato e spendere poco”, citofonare a casa Pradè.
Ciò che bisogna ammettere è che questa società sta toccando uno dei punti più bassi della propria storia. La ciliegina sulla torta o, se preferite, l’emblema della situazione Milan in questo momento è riscontrabile in un video creato dalla società e postato su YouTube, all’interno del quale i vari Ambrosini, Allegri, El Shaarawy, Montolivo, Bojan ecc. invitano i tifosi rossoneri ad accorrere numerosi allo stadio in occasione del Derby che si disputerà domenica sera.
Un video dettato da un motivo e da una consapevolezza ben precisa: la società è chiaramente conscia di non avere più la fiducia dei tifosi. Nei loro cuori la ferita inferta dal calciomercato estivo è ancora aperta e sanguina sempre più dopo le recenti pessime prestazioni della squadra di Allegri (successo di San Pietroburgo escluso).
Mai visto prima qualcosa di simile: per il tifoso milanese il derby è "La Partita", alla quale non si può e, soprattutto, non si vuole mai mancare.
Quest’anno invece assistiamo alla disperazione di una società, che si ritrova addirittura costretta ad implorare i propri tifosi affinché si rechino allo stadio.
"Rien ne va plus, les jeux sont faites". La storia ora è cambiata. Il perché chiedetelo al Cavaliere…
Simone Nobilini (@SimoNobilini)
14 Giugno 2012. Su Milan Channel, Silvio Berlusconi annuncia in pompa magna :”Thiago Silva resta. Ad Ibra verrà data la maglia numero 10”.
Quel Giovedì, dai tifosi del Milan ,verrà solo ricordato come l’inizio della fine.
Parole forti, vero, forse troppo. Ma al momento risulta difficile, per il club di via Turati, vedere la luce in fondo al tunnel.
Del mercato rossonero (allenatore compreso) si è già discusso abbastanza: sarebbe insensato parlarne ancora, la stagione ormai è iniziata e Allegri deve accontentarsi di ciò che ha a disposizione, almeno fino a Gennaio.
Ciò che invece ha senso è chiedersi: cos’è successo a questa società? Si è sempre parlato del cosiddetto stile Milan, ma soprattutto di un grande apporto del presidente Berlusconi alla causa rossonera e del grande lavoro dell’AD Adriano Galliani, considerato un vero e proprio mago del mercato.
Perfetto, ora proviamo a giocare a Memory: prendete queste 2 carte e provate a trovare le loro simili, o copie, nel sistema del Milan odierno. Non ci riuscirete.
Perché? La realtà attuale è molto semplice: Silvio Berlusconi è presidente dell’Associazione Calcio Milan di nome, ma non di fatto. Il teatrino che ha caratterizzato la vicenda Thiago Silva-Ibrahimovic è stato un boccone troppo amaro da digerire per i tifosi ed è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso: nessuno si sarebbe mai aspettato un tale colpo basso da chi è stato osannato (giustamente) per aver portato il Milan a diventare il famigerato “Club più titolato al mondo” dal 20 Febbraio 1986 ad oggi.
Nella lista degli impegni del Cavaliere, il Milan è evidentemente finito in fondo alla graduatoria: poche presenze allo stadio, niente investimenti, ritorno al gelo totale con la tifoseria (ricordate quando venne acclamato da 80.000 persone alla festa scudetto di 2 soli anni fa?).
Il capitolo Galliani è necessariamente collegato a quello del presidente: solite frasi fatte per rassicurare i tifosi ("Ultracompetitivi, Siamo a posto così, Stiamo sereni, Tutto è aperto", ormai diventate addirittura hashtag scherzosi su Twitter) e poco altro, dimostrazione che i maghi del mercato, in questo momento, sono ben altri. Il geometra di Milanello è sempre stato in grado di portare a casa grandi acquisti, ma solo con il benestare e con l’aiuto economico di Berlusconi. Per la voce “fare un grande mercato e spendere poco”, citofonare a casa Pradè.
Ciò che bisogna ammettere è che questa società sta toccando uno dei punti più bassi della propria storia. La ciliegina sulla torta o, se preferite, l’emblema della situazione Milan in questo momento è riscontrabile in un video creato dalla società e postato su YouTube, all’interno del quale i vari Ambrosini, Allegri, El Shaarawy, Montolivo, Bojan ecc. invitano i tifosi rossoneri ad accorrere numerosi allo stadio in occasione del Derby che si disputerà domenica sera.
Un video dettato da un motivo e da una consapevolezza ben precisa: la società è chiaramente conscia di non avere più la fiducia dei tifosi. Nei loro cuori la ferita inferta dal calciomercato estivo è ancora aperta e sanguina sempre più dopo le recenti pessime prestazioni della squadra di Allegri (successo di San Pietroburgo escluso).
Mai visto prima qualcosa di simile: per il tifoso milanese il derby è "La Partita", alla quale non si può e, soprattutto, non si vuole mai mancare.
Quest’anno invece assistiamo alla disperazione di una società, che si ritrova addirittura costretta ad implorare i propri tifosi affinché si rechino allo stadio.
"Rien ne va plus, les jeux sont faites". La storia ora è cambiata. Il perché chiedetelo al Cavaliere…
Simone Nobilini (@SimoNobilini)
L'UTOPIA DEL MALAGA: PRIMO IN CHAMPIONS, MA CON UN PROPRIETARIO FANTASMA
PROSSIMI AVVERSARI IN CHAMPIONS DEL MILAN, I BOQUERONES DI PELLEGRINI VINCONO E CONVINCONO NONOSTANTE I GUAI SOCIETARI
Il calcio è pazzo. Il calcio è strano e alcune volte permette che delle pure utopie diventino realtà. Così accade che una squadra "piccola" come il Montpellier abbia la meglio sui petro-dollari del Psg. Così accade che una squadra semi-smantellata si ritrovi terza nella Liga a quattro punti dal Barcellona di Messi e prima nel girone di Champions.
Questa è la storia del Malaga fc, che in due anni è passata dai sogni di gloria, al rischio di fallimento.
Le vicende della squadra albi-celeste iniziano ad avere una rilevanza internazionale l'11 giugno 2010, quando l'imprenditore qatariota Al Thani annuncia l'acquisto della società.
La nuova proprietà si presenta alla grande: "In pochi anni vogliamo concorrere al titolo con Barça e Real".
Dalle parole, Al Thani passa presto ai fatti e in due anni spende e spande per portare alla Rosaleda giocatori come: J.Baptista, Maresca, Demichelis, Diego Buonanotte, Joaquin, Isco, Cazorla, Toulalan, Monreal, Kameni, Sergio Asenjo e Mathijen.
La squadra viene affidata al portoghese Jesualdo Ferreira, silurato dopo nove giornate; al suo posto l'ingegnere Manuel Pellegrini, ex tecnico di Villareal e Real Madrid e attuale tecnico dei Boquerones.
Il Malaga nella stagione seguente centra il quarto posto, ma a pochi giorni dal prelliminare di Champions, accade qualcosa di impensabile: il 29 luglio, ufficialmente per dissidi con le istituzioni del comune di Malaga, lo sceicco Al Thani comunica la sua volontà d vendere il club.
La motivazione dei dissidi consisterebbe nelle promesse non mantenute dal comune di far costruire al qatariota un nuovo stadio, un hotel e parte del porto.
Qui inizia l'incubo dei tifosi dell'albi-celeste; in pochi giorni vedono la squadra semi-smantellata: Cazorla all'Asenal, Maresca alla Samp, Mathijen tornato in patria al Feyenoord e Solomon Rondon (talento esploso nell'ultima stagione) emigrato dai russi del Rubin Kazan.
Offerte per la società ne arrivano un paio e anche Pellegrini sembra avere la valigia in mano.
Alla fine però non si conclude niente, Al Thani annuncia di voler rimanre e di contnuare ad investire. Nell'ultimo giorno dell'ultima sessione di mercato arrivano gli attaccanti Saviola e Santa cruz e il difensore Onyewu.
Rimane anche l'ingegnere Pellegrini, che dal proprio cantiere tira fuori un giocattolo in cui la freschezza di giovani talenti come Isco si unisce all'esperienza di vecchi volponi come Saviola e Santa Cruz.
Il gioco cinico, fatto di lunghe fasi di possesso alternate a improvvise verticalizzazioni, hanno permesso al Malaga di totalizzare 14 punti nelle prime 6 di Liga, confermadosi al terzo posto e 6 punti in due partite nel girone di Champions dove è al comando solitaria.
L'UEFA però, nonostante le due vittorie, ha bloccato i premi partita per il Malaga, in attesa di accertamenti sulla situazione economica del club.
Lieto fine?? Macchè! Altrimenti che utopia sarebbe??!!
Davide Bernardi
Il calcio è pazzo. Il calcio è strano e alcune volte permette che delle pure utopie diventino realtà. Così accade che una squadra "piccola" come il Montpellier abbia la meglio sui petro-dollari del Psg. Così accade che una squadra semi-smantellata si ritrovi terza nella Liga a quattro punti dal Barcellona di Messi e prima nel girone di Champions.
Questa è la storia del Malaga fc, che in due anni è passata dai sogni di gloria, al rischio di fallimento.
Le vicende della squadra albi-celeste iniziano ad avere una rilevanza internazionale l'11 giugno 2010, quando l'imprenditore qatariota Al Thani annuncia l'acquisto della società.
La nuova proprietà si presenta alla grande: "In pochi anni vogliamo concorrere al titolo con Barça e Real".
Dalle parole, Al Thani passa presto ai fatti e in due anni spende e spande per portare alla Rosaleda giocatori come: J.Baptista, Maresca, Demichelis, Diego Buonanotte, Joaquin, Isco, Cazorla, Toulalan, Monreal, Kameni, Sergio Asenjo e Mathijen.
La squadra viene affidata al portoghese Jesualdo Ferreira, silurato dopo nove giornate; al suo posto l'ingegnere Manuel Pellegrini, ex tecnico di Villareal e Real Madrid e attuale tecnico dei Boquerones.
Il Malaga nella stagione seguente centra il quarto posto, ma a pochi giorni dal prelliminare di Champions, accade qualcosa di impensabile: il 29 luglio, ufficialmente per dissidi con le istituzioni del comune di Malaga, lo sceicco Al Thani comunica la sua volontà d vendere il club.
La motivazione dei dissidi consisterebbe nelle promesse non mantenute dal comune di far costruire al qatariota un nuovo stadio, un hotel e parte del porto.
Qui inizia l'incubo dei tifosi dell'albi-celeste; in pochi giorni vedono la squadra semi-smantellata: Cazorla all'Asenal, Maresca alla Samp, Mathijen tornato in patria al Feyenoord e Solomon Rondon (talento esploso nell'ultima stagione) emigrato dai russi del Rubin Kazan.
Offerte per la società ne arrivano un paio e anche Pellegrini sembra avere la valigia in mano.
Alla fine però non si conclude niente, Al Thani annuncia di voler rimanre e di contnuare ad investire. Nell'ultimo giorno dell'ultima sessione di mercato arrivano gli attaccanti Saviola e Santa cruz e il difensore Onyewu.
Rimane anche l'ingegnere Pellegrini, che dal proprio cantiere tira fuori un giocattolo in cui la freschezza di giovani talenti come Isco si unisce all'esperienza di vecchi volponi come Saviola e Santa Cruz.
Il gioco cinico, fatto di lunghe fasi di possesso alternate a improvvise verticalizzazioni, hanno permesso al Malaga di totalizzare 14 punti nelle prime 6 di Liga, confermadosi al terzo posto e 6 punti in due partite nel girone di Champions dove è al comando solitaria.
L'UEFA però, nonostante le due vittorie, ha bloccato i premi partita per il Malaga, in attesa di accertamenti sulla situazione economica del club.
Lieto fine?? Macchè! Altrimenti che utopia sarebbe??!!
Davide Bernardi
mercoledì 3 ottobre 2012
IL PREZZO DELLA VERGOGNA
BIGLIETTI TROPPO CARI E LO "STADIUM" E' SEMI-VUOTO
Doveva essere la notte del grande esordio europeo dello Juventus Stadium ma stasera sarà ricordata solamente per gli aspetti negativi. Oltre al risultato, che ci può anche stare contro un avversario di livello come gli ucraini, la cosa brutta è il fatto di non aver toccato neanche la quota dei 30mila spettatori. Strano direte voi, vi chiederete come mai in campionato si registra continuamente il tutto esaurito ed invece in Europa si sostiene la Signora in cosi pochi (e silenziosi). Il motivo è il più semplice e banale: biglietti troppo cari.
Semplicemente assurdi i prezzi dei tagliandi per il match di stasera: si parte dai 40 euro delle curve fino ad arrivare ai 130 euro della tribuna est centrale, quella che, per intenderci, stasera era semivuota. La curva sud, cioè il settore degli “Ultras”, già durante la partita di sabato scorso contro la Roma aveva protestato rovesciando gli striscioni e non lanciando cori nei novanta minuti di gioco. Stasera la situazione si è ripetuta: in Sud tutti seduti, zitti e qualcuno ha anche deciso di non esultare per il gol siglato da Bonucci.
La Juventus non può permetteresi di perdere l'effetto di uno stadio pieno e ribollente di passione come si è dimostrato nella scorsa stagione e nelle prime gare di quella attuale. Molti dei punti arrivati in questi due anni sono dovuti alla carica che lo Stadium dà ai propri beniamini e alla paura che incute agli avversari. Stasera si è palesemente visto come i giocatori abbiano risentito di un palcoscenico spoglio e silenzioso. Il signor Francesco Calvo, direttore commerciale dei bianconeri, ed il resto dell'area amministrativa dovrebbero rivedere le proprie priorità: meglio uno stadio pieno che ti fa vincere o meglio speculare sui prezzi ritrovandosi migliaia di posti vuoti?
Nicolò Smerilli
Semplicemente assurdi i prezzi dei tagliandi per il match di stasera: si parte dai 40 euro delle curve fino ad arrivare ai 130 euro della tribuna est centrale, quella che, per intenderci, stasera era semivuota. La curva sud, cioè il settore degli “Ultras”, già durante la partita di sabato scorso contro la Roma aveva protestato rovesciando gli striscioni e non lanciando cori nei novanta minuti di gioco. Stasera la situazione si è ripetuta: in Sud tutti seduti, zitti e qualcuno ha anche deciso di non esultare per il gol siglato da Bonucci.
La Juventus non può permetteresi di perdere l'effetto di uno stadio pieno e ribollente di passione come si è dimostrato nella scorsa stagione e nelle prime gare di quella attuale. Molti dei punti arrivati in questi due anni sono dovuti alla carica che lo Stadium dà ai propri beniamini e alla paura che incute agli avversari. Stasera si è palesemente visto come i giocatori abbiano risentito di un palcoscenico spoglio e silenzioso. Il signor Francesco Calvo, direttore commerciale dei bianconeri, ed il resto dell'area amministrativa dovrebbero rivedere le proprie priorità: meglio uno stadio pieno che ti fa vincere o meglio speculare sui prezzi ritrovandosi migliaia di posti vuoti?
Nicolò Smerilli
martedì 2 ottobre 2012
PALLA A TERRA E GIOCO FLUIDO, ECCO I TRE PLAY-MAKER DI CONTE
BONUCCI, PIRLO, VUCINIC E LA DORSALE BIANCONERA
"Il segreto della Juve è Pirlo" si diceva l'anno scorso, quando i bianconeri, dopo i due settimi posti, avevano ritrovato un gioco improvvisamente fluido e piacevole.
Intorno a gennaio però, nell'approccio degli avversari qualcosa cambia ed ogni singolo allenatore mette su Pirlo una marcatura a uomo. Quello che ci riuscì meglio fu sicuramente Claudio Ranieri, quando ancora allenatore dell'Inter, nel derby d'Italia allo Juventus Stadium, incolla Poli su Pirlo. Risultato: Juve ingolfata e punteggio bloccato sullo 0-0. Poi Ranieri farà l'errore di togliere Poli e perderà la partita.
Conte, per questa ed altre ragioni, adotta progressivamente un altro modulo: dalla difesa a quattro passa a tre, rinserendo Bonucci titolare.
Da lì le cose per la Juve cambiano. I bianconeri si sbloccano e vincono lo scudetto.
Quest'anno la stagione ricomincia e nella Genova rossoblu, gli uomini di Conte-Carrera incontrano le prime difficoltà. De Canio mette Bertolacci su Pirlo e la Juve riesce a vincere solo nel secondo tempo, in rimonta e grazie all'inserimento di Vucinic ed Asamoah.
Stessa cosa avviene a Londra col Chelsea, con Oscar appiccicato a Pirlo e a Firenze, ma la Juve, nonostante tutto, non perde. Perchè?
Molto semplice. I bianconeri giocano con tre play-maker, che formano una sorta di spina dorsale che attraversa l'undici juventino.
Nell'esordio in Champions League con i Blues di Di Matteo, nonostante la prova sottotono di Pirlo, la Juve è riuscita a esprimere comunque un gioco piacevole e questo anche grazie a Leonardo Bonucci.
Il difensore arrivato dal Bari infatti, vedendo il compagno marcato a uomo da Oscar, avanzava di una decina di metri per aiutare la manovra e far salire così il baricentro della squadra.
Il terzo play-maker infine è Mirko Vucinic. Il montenegrino, per il modo in cui gioca, svolge un ruolo essenziale tanto quanto quello di Pirlo.
Lo zorro bianconero, per sua indole, si spinge verso il centrocampo a cercare il pallone. La sua capacità di saltare l'uomo gli permette di creare la superiorità, quella di tenere il pallone invece, consente alla squadra di alzarsi nei momenti di difficoltà.
Con muscoli come Marchisio e Vidal e polmoni come Asamoah e Lichtsteiner poi, tutto viene più facile.
Davide Bernardi
"Il segreto della Juve è Pirlo" si diceva l'anno scorso, quando i bianconeri, dopo i due settimi posti, avevano ritrovato un gioco improvvisamente fluido e piacevole.
Intorno a gennaio però, nell'approccio degli avversari qualcosa cambia ed ogni singolo allenatore mette su Pirlo una marcatura a uomo. Quello che ci riuscì meglio fu sicuramente Claudio Ranieri, quando ancora allenatore dell'Inter, nel derby d'Italia allo Juventus Stadium, incolla Poli su Pirlo. Risultato: Juve ingolfata e punteggio bloccato sullo 0-0. Poi Ranieri farà l'errore di togliere Poli e perderà la partita.
Conte, per questa ed altre ragioni, adotta progressivamente un altro modulo: dalla difesa a quattro passa a tre, rinserendo Bonucci titolare.
Da lì le cose per la Juve cambiano. I bianconeri si sbloccano e vincono lo scudetto.
Quest'anno la stagione ricomincia e nella Genova rossoblu, gli uomini di Conte-Carrera incontrano le prime difficoltà. De Canio mette Bertolacci su Pirlo e la Juve riesce a vincere solo nel secondo tempo, in rimonta e grazie all'inserimento di Vucinic ed Asamoah.
Stessa cosa avviene a Londra col Chelsea, con Oscar appiccicato a Pirlo e a Firenze, ma la Juve, nonostante tutto, non perde. Perchè?
Molto semplice. I bianconeri giocano con tre play-maker, che formano una sorta di spina dorsale che attraversa l'undici juventino.
Nell'esordio in Champions League con i Blues di Di Matteo, nonostante la prova sottotono di Pirlo, la Juve è riuscita a esprimere comunque un gioco piacevole e questo anche grazie a Leonardo Bonucci.
Il difensore arrivato dal Bari infatti, vedendo il compagno marcato a uomo da Oscar, avanzava di una decina di metri per aiutare la manovra e far salire così il baricentro della squadra.Il terzo play-maker infine è Mirko Vucinic. Il montenegrino, per il modo in cui gioca, svolge un ruolo essenziale tanto quanto quello di Pirlo.
Lo zorro bianconero, per sua indole, si spinge verso il centrocampo a cercare il pallone. La sua capacità di saltare l'uomo gli permette di creare la superiorità, quella di tenere il pallone invece, consente alla squadra di alzarsi nei momenti di difficoltà.
Con muscoli come Marchisio e Vidal e polmoni come Asamoah e Lichtsteiner poi, tutto viene più facile.
Davide Bernardi
lunedì 1 ottobre 2012
LA FAVOLA DI NENAD KRSTICIC: BATTE UN LINFOMA E DIVENTA TITOLARE NELLA SAMP
GLI AVEVANO DATO 48 ORE DI VITA. ANCHE IERI HA GIOCATO TITOLARE
Ci sono storie nel calcio, come nella vita, cui dare una spiegazione razionale è davvero difficile.
Questo è il caso della vita di Nenad Krsticic, giocatore serbo nato a Belgrado il 03/07/1990.
Il piccolo Nenad cresce nell' OFK Belgrado, con cui tra l'altro esordisce nel 2006 nella Meridian Superliga.
Il suo talento da centrocampista centrale viene notato dai dirigenti della Sampdoria, che lo portano a Genova il 1 settembre 2008.
Il giovane serbo non fa nemmeno in tempo ad ambientarsi che nel Novembre 2008 si rompe il menisco.
L'operazione riesce perfettamente, ma nella riabilitazione Krsticic inizia ad accusare forti dolori addominali; lo staff blucerchiato effettua subito degli esami, dal quale risulta però la diagnosi peggiore: linfoma aggressivo in stato avanzato.
All'ospedale San Martino i medici gli danno 48 ore di vita. Nenad non si dà per vinto e inizia le cure.
Nel gennaio 2010 il giovane serbo vince la sua battaglia e torna ad allenrasi con i compagni, fino all'esordio nel campionato primavera nella gara Sassuolo-Sampdoria, in cui entra all' '81.
Il lieto fine della favola arriva il 16 dicembre 2010, quando riesce ad esordire anche in prima squadra, nel match di Europa League Debrecen-Sampdoria.
Nenad Krsticic, grazie all'infortunio di Poli, si presenta da titolare anche per la prima di campionato di quest'anno, Milan-Sampdoria.
Dopo sei giornate, insieme al "gemello" Obiang e al sempreverde Enzo Maresca,, ha formato il centrocampo che ha portato la Sampdoria al quinto posto in classifica.
Per Poli sarà difficile riprendersi il posto, Nenad Krsticic non è uno che si arrende facilmente.
Davide Bernardi
Ci sono storie nel calcio, come nella vita, cui dare una spiegazione razionale è davvero difficile.
Questo è il caso della vita di Nenad Krsticic, giocatore serbo nato a Belgrado il 03/07/1990.
Il piccolo Nenad cresce nell' OFK Belgrado, con cui tra l'altro esordisce nel 2006 nella Meridian Superliga.
Il suo talento da centrocampista centrale viene notato dai dirigenti della Sampdoria, che lo portano a Genova il 1 settembre 2008.
Il giovane serbo non fa nemmeno in tempo ad ambientarsi che nel Novembre 2008 si rompe il menisco.
L'operazione riesce perfettamente, ma nella riabilitazione Krsticic inizia ad accusare forti dolori addominali; lo staff blucerchiato effettua subito degli esami, dal quale risulta però la diagnosi peggiore: linfoma aggressivo in stato avanzato.
All'ospedale San Martino i medici gli danno 48 ore di vita. Nenad non si dà per vinto e inizia le cure.
Nel gennaio 2010 il giovane serbo vince la sua battaglia e torna ad allenrasi con i compagni, fino all'esordio nel campionato primavera nella gara Sassuolo-Sampdoria, in cui entra all' '81.
Il lieto fine della favola arriva il 16 dicembre 2010, quando riesce ad esordire anche in prima squadra, nel match di Europa League Debrecen-Sampdoria.
Nenad Krsticic, grazie all'infortunio di Poli, si presenta da titolare anche per la prima di campionato di quest'anno, Milan-Sampdoria.
Dopo sei giornate, insieme al "gemello" Obiang e al sempreverde Enzo Maresca,, ha formato il centrocampo che ha portato la Sampdoria al quinto posto in classifica.
Per Poli sarà difficile riprendersi il posto, Nenad Krsticic non è uno che si arrende facilmente.
Davide Bernardi
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